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Pubblicato il 13 Gen 2012 in Diocesi, Notizie della diocesi

Pastorale dei migranti: intervista a Padre David Neuhaus

 

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Intervista con padre David Neuhaus, vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica in Israele e coordinatore della commissione dei sacerdoti e degli operatori pastorali impegnati a servizio dei lavoratori immigrati e richiedenti asilo. L’intervista è stata realizzata in vista della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato prevista il 15 gennaio, 2012. La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si celebra ogni terza domenica di gennaio, su iniziativa della Chiesa cattolica.

1. Chi sono i migranti cattolici in Israele?

Quando parliamo di migranti, dobbiamo distinguere quattro diversi gruppi:

A. In primo luogo, non dobbiamo dimenticare che la popolazione locale palestinese è diventata un po come un migrante a causa degli eventi del 1948. Ma naturalmente si tratta di un piccolo numero.

Il maggior numero di immigrati si concentra su altri tre gruppi.

B. In primo luogo, ci sono i migranti che arrivano nello Stato di Israele come ebrei. Vengono perché sono legati al popolo ebraico e desiderano diventare cittadini di Israele. Ma sappiamo dalle statistiche ufficiali dello Stato di Israele ci sono oltre 300.000 (forse 315.000) persone che non vengono riconosciute come ebrei. E c’è un decimo di questa popolazione riconosciuta come cristiana la cui maggioranza è di lingua russa. Abbiamo, infatti, dovuto creare delle comunità parrocchiali di lingua russa. Si deve notare che questa popolazione rappresenta il 20% della popolazione cristiana nello Stato di Israele.

Ci sono due altre categorie di migranti nel senso stretto. Si tratta di una parte molto povera e molto emarginata.

C. I lavoratori stranieri rappresentano la maggiorparte di queste due ultime categorie. Si parla attualmente di 200.000 lavoratori stranieri che vivono in Israele. Naturalmente, non tutti sono cattolici ma comunque un buon numero lo sono. I più numerosi sono i filippini e tailandesi. Ci sono anche migliaia di indiani, latino-americani, ucraini (spesso greco cattolici), i rumeni … I cappellani lavorano con queste persone, ma naturalmente la chiesa locale dovrebbe essere più presente in mezzo a loro. Fa parte della vocazione della Chiesa conoscere il mondo in cui queste persone lavorano; un mondo che è soprattutto un mondo ebraico, israeliano di lingua ebraica. E in questo, la piccola comunità di espressione ebraica ha una importante responsabilità.

D. Il secondo gruppo di questa popolazione emarginata riguarda i richiedenti asilo. Sto attendo a non parlare di “rifugiati“. Perché? Perché nello Stato di Israele c’è un problema con lo status di rifugiati. E la stragrande maggioranza di queste persone non possono avere tale statuto. Lo Stato non riconosce facilmente lo statuto di rifugiati.

Gli eritrei sono il gruppo più numeroso. Sono il 90% cristiani ortodossi e il 10% cattolici. Altri richiedenti asilo provengono soprattutto dal Sudan, ma anche dal Congo, Costa d’Avorio … Queste persone arrivano in Israele passando le frontiere a sud del paese. Essi ricevono permessi di soggiorno molto brevi che devono essere rinnovati periodicamente. Sono in cerca di lavoro ma molto spesso senza il sistema di protezione di Israele e senza assicurazione sanitaria. La precarità è molto alta. È una popolazione in difficoltà. La Chiesa ha il dovere di stargli vicino.

2. Quali sono gli ostacoli per una pastorale dei migranti?

Direi che l’ostacolo numero principale concerne i luoghi in cui vivono queste persone. Si tratta delle grandi città israeliane di lingua ebraica dove non vi è una presenza tradizionale della Chiesa. Di fatto, la Chiesa è presente ovunque ci siano cristiani arabi ma non è sempre presente dove vi sono i migranti. Per esempio, ed è l’esempio più chiaro: Tel Aviv. La città di Tel Aviv è il centro economico, sociale e culturale del paese ed è qui che risiede la più maggiorparte della popolazione che abbiamo considerato. Oggi, nel sud di Tel Aviv, ci sono decine di migliaia di migranti e tra loro moltissimi cattolici. I problemi risiedono nell’insufficienza dei sacerdoti e degli operatori pastorali. Alcune comunità sono ben organizzate come quella dei filippini ma per quanto riguarda i sudanesi la situazione è più difficile perché non abbiamo preti o contatti su cui possiamo contare per questa comunità.

Un secondo ostacolo è sapere “chi è chi” e di arrivare a conoscere le persone che devono lavorare per molte ore durante il giorno. E questo è un problema per riunirli.

Anche la lingua è un problema perché i migranti provengono da paesi diversi. Naturalmente, chi vuole sopravvivere deve imparare un po di ebraico. Ma non necessariamente la lingua con cui si riuniscono deve essere quella ebraica. Quindi ci sono problemi di comunicazione, problemi di culture molto diverse.

Ma il problema che ritengo più importante e sul quale la Chiesa deve investire enormemente è direttamente collegato ai bambini soprattutto quelli nati qui nel paese. Israele, che non riconosce diritti dei migranti – a questo proposito – ha delle buone leggi in materia di Istruzione. Una legge obbliga ogni genitore di mandare i figli a scuola. Così, tutti figli dei lavoratori stranieri e dei richiedenti asilo sono in queste scuole. Ed è meraviglioso. Nelle scuole, ricevono una buona istruzione. Imparano l’ebraico che diventa la lingua con cui comunicano. Diventano israeliani non di diritto ma per cultura, per lingua e direi che diventano ebrei mediante l’integrazione delle espressioni, delle tradizioni, ma non conoscono la Chiesa. Questo è la nostra preoccupzione attuale.

3. Quali sono i vostri progetti concreti per il 2012?

Il nostro primo programma è quello di rafforzare la presenza della Chiesa, specialmente a Tel Aviv. Noi siamo lì per mezzo di una piccola comunità filippina, che celebra sette messe domenicali per centinaia di persone. All’interno di questa piccola comunità, quest’anno abbiamo circa 60 bambini che frequentano il catechismo interamente in ebraico. Dobbiamo rafforzare questa presenza, perché la nostra chiesa raggiunge al momento solo i filippini. E gli altri che vogliono andare in chiesa dovrebbe andare a Jaffa, che è lontana per queste persone. Dobbiamo pensare e creare opportunità di incontri e contatti con la Chiesa dovunque essi vivono. La Chiesa deve andare alla loro casa. È normale per tutti, e dovrebbe esserlo per tutti gli immigrati che stanno qui.

È nostra intenzione potenziare, in secondo luogo, la formazione che già esiste per i bambini su tre livelli:

Primo livello: la pubblicazione di libri. Abbiamo già pubblicato tre libri di catechismo in ebraico “Conoscere la Chiesa”, “Conoscere Cristo” e “Conoscere le feste”. Questi libri sono necessari per i bambini di lingua ebraica nati nel paese. Essi possono così apprendere (in ebraico) gli insegnamenti riguardo la nostra fede e la nostra pratica come cattolici.

Secondo livello: rafforzare i campi estivi. Quest’anno, invece di un campo, ne organizzeremo due. Al momento, è molto limitato, perché raccoglie solo 60 bambini e siamo coscienti che ci sono migliaia di bambini. Per questo, dobbiamo trovare i mezzi non solo finanziari, ma anche umani, che possono riunire questi bambini nei campi estivi. Ed è qui che i giovani possono incontrare la Chiesa e, a volte, questa è per loro un’opportunità unica di vivere in un ambiente cattolico in cui approfondire la loro fede.

Terzo livello: rafforzare il gruppo dei catechisti. Lavoro con un team di tre persone a Tel Aviv. Stiamo cercando di lavorare con altre persone anche in altre città. L’idea sarebbe quella di organizzare corsi di catechismo accanto alla scuola. Dobbiamo dare ai bambini lezioni di educazione religiosa. A scuola, non dicono nulla sul cristianesimo. Devo dire, molto poco della religione in generale. I bambini frequentano delle scuole totalmente laiche. Queste scuole sono molto aperte e accoglienti e considerano la religione un ostacolo all’integrazione. Quindi, noi Chiesa cattolica dobbiamo fare in modo che la la nuova generazione di bambini nati qui (filippini, indiani, russi, israeliani, arabi) possa sentirsi un membro della nostra Chiesa, sapere che hanno un’identità cattolica e che possono rallegrarsi della loro identità cristiana. È l’unico modo per garantire la trasmissione della fede di generazione in generazione.

 4. Come considera Israele questa popolazione?

Israele è al momento un po’ confuso riguardo questa questione e non sa come reagire di fronte alla realtà degli immigrati. Israele è diventato un paese ricco, che ha bisogno della presenza dei lavoratori immigrati. Tuttavia, lo stato cerca di non avere gente non ebraica nella propria società, perché Israele si preoccupa di rimane una società ebraica. Questo provoca una grande confusione.

Stiamo anche iniziando a lavorare con le ONG che lavorano molto con gli immigrati, ma c’è un movimento popolare che vuole che gli immigrati non si stabiliscono in modo permanente nel paese. Tuttavia, la realtà è che le persone che lavorano mettono radici nel paese. E tutti sanno che la vita continua: la gente si sposa, ha figli. Cosa succede a queste persone?

È una grande sfida per gli ebrei d’Israele che si rendono conto che diventano la maggioranza nel loro stato, e che sorgono delle minoranze che tentano di integrarsi nel loro paese come persone che parlano ebraico, come gente di casa nella loro cultura e storia. Sono persone che vogliono stare qui e vivere con loro. Ci sono israeliani aperti e altri no. È un dibattito per la società israeliana. Un nuovo problema che ha solo quindici anni.

5. In che modo la pastorale dei migranti influenza le relazioni tra la Chiesa e la comunità ebraica?

L’influenza è molto interessante tra gli immigrati cattolici e gli ebrei.

Quando un ebreo si trova di fronte a un cristiano europeo, il ricordo della storia blocca il dialogo (generalizzo). Perché, sempre la memoria di alcuni ebrei risale ai tragici eventi della storia europea come l’Olocausto. Tuttavia, quando un ebreo si relaziona con un filippino o un africano, la situazione emotiva è diversa. In questo senso, gli africani, gli asiatici testimoniano senza quel senso di colpa che invece hanno molti europei.

Con questi immigrati, gli ebrei possono incontrare il cristianesimo e la persona stessa di Cristo, per mezzo di questi lavoratori e dei richiedenti asilo si aprono altre finestre. Questo inizia a colpire la popolazione ebraica in direzione di una maggiore apertura. Abbiamo assistito a processioni di indiani e filippini nelle strade. Non vi è alcun rifiuto, anche se, naturalmente, la croce può a volte scioccare. Gli ebrei sono affascinati da queste processioni di indiani con i loro abiti colorati, che danno un’ immagine diversa del cristianesimo. Un cristianesimo che non è europeo, né è collegata con i traumi della storia.

Inoltre, molti di questi immigrati vivono in famiglie ebree. Le donne filippine o africane si occupano di anziani e bambini e con loro creano delle belle relazioni intime. E se questi immigrati sono pii, gli ebrei, all’interno della loro famiglia, sono interpellati da quello che è il vero cristianesimo: non una lotta di potere, non una lotta sociale, ma una vita di preghiera. Gli immigrati sono in genere persone di grande semplicità. Gli bastano pochi soldi per vivere. Questa semplicità dei lavoratori è una forma di evangelizzazione all’interno della società ebraica. Dobbiamo incoraggiare queste persone a vivere in questa semplicità per cambiare il pensiero ebraico in rapporto al cristianesimo.

Non si deve poi dimenticare che queste persone fanno un lavoro che li rende molto apprezzati. Quando lo fanno nel nome di Dio in cui credono, in una relazione che pone Cristo al centro della loro vita, questo può toccare gli ebrei e offrirgli quindi un altro modo di intendere il cristianesimo.

Intervista realizzata da Christophe Lafontaine

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