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Pubblicato il 18 Gen 2014 in Attualità locale, Politica e società

“I migranti in Israele non sono criminali”: padre D. Neuhaus

“I migranti in Israele non sono criminali”: padre D. Neuhaus

INTERVISTA – Il 19 gennaio 2014, la Chiesa cattolica celebra la 100° Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato. In Terra Santa, il giorno precedente, una Santa Messa sarà celebrata a Jaffa per molti migranti che vivono in Israele, presieduta da padre David Neuhaus, responsabile diocesano della pastorale dei migranti. Dal 5 gennaio, migliaia di africani hanno manifestato a Tel Aviv e Gerusalemme contro il rifiuto delle autorità israeliane di concedere loro lo status di rifugiato. Padre Neuhaus reagisce.

1. Perché migranti africani in Israele non tacciono più?

Per capire questo movimento di protesta, è necessario un quadro generale della situazione. È stimato a 53.000 il numero dei richiedenti asilo africani che attualmente vivono in Israele; la maggior parte è proveniente dall’Eritrea e dal Sudan. Gli eritrei sono per lo più ortodossi e i sudanesi in maggioranza musulmani. I manifestanti rivendicano la loro presenza in Israele come rifugiati e denunciano il rifiuto delle autorità di esaminare equamente le loro richieste a titolo individuale (attraverso i colloqui personali). Oggi, quando i migranti arrivano in Israele attraverso il Sinai e la frontiera egiziana, lo Stato conferisce loro una protezione di gruppo, non intraprendendo alcun procedimento individuale per capire la loro situazione privata. Alla fine, sono trattati come masse umane e senza lo status di rifugiato, loro non hanno diritti sociali (lavoro, salute,…). Solo a titolo informativo, tra i richiedenti asilo che provengono dall’Eritrea nessuno ha ricevuto questo status in Israele, mentre il 60-70 % dei richiedenti asilo provenienti dallo stesso paese, ma che sono emigrati in Europa hanno ottenuto lo status di cittadini di paesi terzi.

I manifestanti accusano anche Israele di incoraggiarli a lasciare i loro paesi (dove la guerra e le malattie dilagano). Israele procede in diverse maniere, rendendo loro la vita impossibile, pagando loro dei soldi per lasciare il paese o mettendoli in prigione o nei campi. Uno di essi è anche stato appositamente costruito nel sud di Israele: i suoi occupanti possono andare e venire durante il giorno, ma deve puntare tre volte e devono passarvi la notte. Tutto questo va contro gli accordi internazionali sottoscritti da Israele. Infine, Israele può decidere in qualsiasi momento di giudicare come «terminati» i problemi nei paesi di origine dei migranti. Per esempio, quando ci fu la dichiarazione d’indipendenza del Sud Sudan nel luglio 2011, migliaia di sudanesi furono rimandati nel loro paese (mentre gli Stati Uniti avevano deciso di aspettare per prendere una tale decisione, monitorando gli sviluppi politici della nuova situazione). Da allora, molti sudanesi tornati da Israele, sono morti a causa della malaria o della guerra civile. Più recentemente, il 14 gennaio, più di 200 civili, fuggendo per la ripresa dei combattimenti nel Malakal, sono morti annegati nel naufragio di un battello che era sovraccarico.

2. Che cosa giustifica una tale politica da parte di Israele?

Il problema non è economico. Alcuni dei richiedenti asilo hanno trovato lavoro. Essi rappresentano una manodopera a basso costo e senza diritti sociali. Essi contribuiscono all’economia israeliana e hanno una buona reputazione nel settore delle costruzioni, in quello alberghiero e nella ristorazione.

Il problema è in realtà populista. Principalmente, i richiedenti asilo vivono nei quartieri urbani più poveri delle città. Ad esempio, la popolazione ebraica del sud di Tel Aviv, molto povera, si ritrova circondata dai richiedenti asilo che arrivano in condizioni di estrema precarietà (molte persone vivono nella stessa stanza, ci sono odori e rumori di un’altra cultura ed esplode anche la criminalità). Negli ultimi mesi non sono stati organizzati diversi eventi locali di israeliani contro africani. Anche una forte domanda popolare preme sul governo a favore dell’espulsione di queste popolazioni che, secondo loro, nuocerebbero all’identità del Paese. Esiste un intero vocabolario che stigmatizza questi uomini e donne fuggiti da regimi autoritari, da situazioni miserabili e che li qualifica come «infiltrati». I migranti in Israele non sono criminali. Loro domandano semplicemente lo status di rifugiati.

3. Siete favorevoli a questa ondata di protesta?

In primo luogo, in questa popolazione di richiedenti asilo (eritrei, etiopi e sudanesi), si dovrebbe sapere che ci sono cattolici. Queste persone dovrebbero continuare a vivere la loro fede e noi li dobbiamo sostenere. Ad esempio, all’incirca il 10% della popolazione migrante eritrea è cattolica (di rito Ge’ez). Per servire questa popolazione, abbiamo un nuovo sacerdote della diocesi di Adigrat in Etiopia (padre Medhin), che può celebrare la Messa nel loro rito a Jaffa, Tel Aviv ed Eilat. Noi lavoriamo anche con giovani eritrei ben formati, tra cui anche degli ex-seminaristi.

In secondo luogo, come Chiesa dobbiamo essere consapevoli della situazione generale di tutti i richiedenti asilo che arrivano in Israele, al fine di supportarli per il meglio. Per scelta, la Chiesa non discute direttamente con la politica, ma lavora con le ONG israeliane dedite a queste popolazioni. Per fare questo, dobbiamo:

– Raccogliere una documentazione seria dell’esperienza vissuta dai richiedenti asilo (trauma sulla strada, sequestro di persona, carcere, ecc.)

– Conoscere i loro diritti (assistenza all’infanzia, ricovero in ospedale…)

– Sostenere le organizzazioni che stanno cercando di aumentare la consapevolezza nella società israeliana

– Fornire un supporto materiale e un sostegno psicologico.

In questa collaborazione, siamo fortunati ad avere suor Azezet Kidane, una sorella comboniana che è, nella Chiesa, una vera interprete del mondo della migrazione.

4. Cosa fa la comunità internazionale?

Il problema principale è che qui il fenomeno della migrazione è internazionale e, purtroppo, la comunità internazionale deve anche cambiare. Molti paesi devono loro stessi correggere i loro atteggiamenti.

Papa Francesco ha dimostrato chiaramente che il mondo delle migrazioni occupa un posto speciale nel suo cuore. Molto preoccupato per quanto sta accadendo ai migranti, il Papa nel suo messaggio per la «Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato» domanda che tutto il mondo reagisca: «Un cambiamento di atteggiamento nei confronti dei migranti e dei rifugiati è necessario da parte di tutti…».

Qui la nostra Chiesa di Terra Santa è già un mondo in pericolo, lotta per la sopravvivenza in una regione non molto amichevole. Ma siamo tutti fratelli e sorelle nella nostra povertà. La nostra Chiesa di Terra Santa, già povera e debole, è chiamata ad andare fuori di sé. Non è semplice perché non è una Chiesa ricca: è una Chiesa povera che va ad incontrare una Chiesa ancora più povera.

Dichiarazioni raccolte da Christophe Lafontaine