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Pubblicato il 20 Giu 2014 in Sacramenti, voti, ordinazioni, Vita liturgica

Un eremita per la Chiesa Madre

Un eremita per la Chiesa Madre

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GERUSALEMME – Il 15 giugno 2014, la Chiesa di Terra Santa è stata in festa per celebrare il grande mistero della Santissima Trinità, ma anche per un evento inconsueto per la Chiesa di Gerusalemme: la professione perpetua di un giovane italiano nelle mani del Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal.

È Filippo Rossi, quarantenne, uomo equilibrato e delicato, proveniente da una famiglia benestante. In poche parole: un uomo al quale non manca niente! Eppure, da seminarista, Filippo ha sentito che Dio lo chiamava a una scelta più «radicale». Ha scelto di tuffarsi nell’avventura della vita eremitica qui in Terra Santa, fra i campi dell’Abbazia trappista di Latrun, una piana che, sin dagli inizi del Cristianesimo, ha ospitato la vita eremitica. Una tradizione racconta, infatti, che San Saba vi sia vissuto in una grotta. Gli archeologi hanno recentemente scoperto dei mosaici che testimoniano in quel sito la presenza di una piccola chiesa o di una cappella.

Una commovente celebrazione ha avuto luogo nella Basilica delle Nazioni, al Getsemani, ed è stata presieduta da Sua Beatitudine il Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, e concelebrata dall’Abate dell’Abbazia di Latrun, p. René Hascoët, dall’Abate dell’Abbazia trappista francese di Sept-Fons, p. Patrizio Oliva, e da altri 22 sacerdoti. Erano presenti numerosi religiosi e molti amici laici del giovane eremita. La celebrazione è stata animata dal Coro del Magnificat della Custodia di Terra Santa.

La chiamata alla vita eremitica è strettamente legata alla Terra Santa, e in particolare alla zona intorno alla Città Santa, nei pressi del deserto della Giudea. La vita eremitica è nata in Egitto, ma ben presto è stata adottata in Terra Santa, da parte di quegli eremiti che volevano essere più vicini ai luoghi che testimoniavano i misteri della vita di Cristo, e in cui era nata la Chiesa primitiva, chiamata anche Chiesa Madre, ossia la Chiesa di Gerusalemme.

Pertanto, Filippo non ha inventato un nuovo stile di vita, ma ha abbracciato una scelta di vita che la Chiesa ha adottato fin dalla sua nascita, mettendo al primo posto la sua fiducia in Dio, ma anche nell’esperienza quei primi eremiti, i Padri del deserto, la cui tradizione ci ha lasciato una profonda saggezza spirituale.

Durante la sua omelia, Sua Beatitudine ha iniziato con una meditazione sul mistero della Santissima Trinità, «che è un’esperienza che precede la teoria». Ha poi espresso la sua gioia e il suo grande entusiasmo, dicendo: «Con la tua professione solenne fai un grande dono alla Chiesa, la Chiesa Madre, perché mantieni viva una tradizione che ha conosciuto grandi figure, come sant’Ilarione di Gaza e sant’Antonio Abate, monaco d’Egitto, che ha lasciato il suo paese nativo in giovane età, per vivere come eremita nel deserto, lungo le rive del Mar Rosso».

Che cosa ha spinto Filippo a desiderare questa «radicalità» è probabilmente l’esperienza stessa di Dio che precede la teoria, per parafrasare il Patriarca di Gerusalemme. «Questa esperienza unita al Vangelo può spiegare l’autenticità di questa chiamata, ed essa non è in contraddizione con la natura umana e la sua sete infinita di amore, vale a dire, di Dio stesso.

«La tua professione oggi, caro eremita Filippo, è un ottimo esempio di coerenza cristiana e di unità tra la tua fede e la tua vita», ha detto il Patriarca. Rivolgendosi ancora al nuovo professando, ha detto: «Caro Filippo, l’uomo non vive di solo pane, si legge nel Deuteronomio. Siate consapevoli che ci sono altre esigenze che vanno al di là del pane materiale, ovvero uno spazio di libertà, al di là delle suggestioni inevitabili della vita».

Secondo il Patriarca della Città Santa, la vita monastica trova il suo modello nell’esperienza che Gesù ha fatto per quaranta giorni nel deserto. Ricordando che il deserto è «il luogo in cui l’uomo può affermare la verità di se stesso e capire la sua relatività e l’assolutezza di Dio (…), l’esperienza del deserto obbliga l’uomo a liberarsi, a spogliarsi delle cose superflue e delle vanità. Il deserto riduce l’uomo all’essenziale, alle cose fondamentali (…). L’Eremo ci ricorda la nostra fame e sete di Dio».

Il Patriarca, infine, ha concluso la sua omelia, dicendo commosso: «Grazie Filippo! Ti accompagneremo con il nostro affetto, il nostro sostegno e le nostre preghiere. La Chiesa Madre sarà sempre vicina a te. Nostra Signora Regina della Palestina ti proteggerà».

Tutti sono stati poi invitati ad un semplice ma festoso buffet che l’eremita e la sua famiglia avevano preparato per celebrare questo impegno sulle tracce della ricerca assoluta di Dio.

Firas Abedrabbo

Foto: Custodia di Terra Santa

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