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Pubblicato il 10 Lug 2014 in Attualità locale, Politica e società

Mons. Fouad Twal: «Non è più questa una Terra Santa, non si tratta più di una vita normale»

Mons. Fouad Twal: «Non è più questa una Terra Santa, non si tratta più di una vita normale»

A Palestinian boy looks at Hamas militants as they take part in a protest against peace talks between Israel and the Palestinians, in central Gaza StripGERUSALEMME – Rapimenti, omicidi, scontri di piazza, lancio di razzi, risposte aeree … In pochi giorni, la situazione in Israele e Palestina è precipitata. I politici esitano tra il lanciare offensive armate o appelli alla pace che restano ancora timidi. Per il Patriarcato latino di Gerusalemme, l’urgenza è la pace e la formazione della gioventù, spesso in prima linea nel conflitto.

Qual è l’origine del conflitto in corso? Difficile stabilirlo con precisione. Vi concorrono diversi fattori: la minaccia dello Stato islamico in Iraq e Siria, il conflitto interminabile in Siria, l’instabilità in Egitto. Recentemente abbiamo assistito alla fine e al fallimento dei negoziati di pace tra Israele e Palestina, in particolare a causa del rifiuto della Palestina di riconoscere Israele come “Stato ebraico” e del proseguimento della costruzione di insediamenti israeliani illegali, che ha portato ad una nuova ondata di pessimismo e di disperazione. Il tentativo di riconciliazione tra Fatah e Hamas non ha convinto lo Stato di Israele che si rifiuta di parlare con Hamas, considerata un’organizzazione terroristica.

La scoperta dei tre adolescenti israeliani morti e la vendetta che ne è seguita, portando alla morte atroce di un giovane palestinese, sono stati sufficienti a far accendere uno stoppino. E non si conosce quanto grande sia il barile di polvere al quale questo stoppino è collegato. «Non sappiamo quando e come andrà a finire, dice padre David Neuhaus, Vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica per Radio Vaticana. Questa recente espressione è molto triste perché ancora una volta i giovani sono le vittime e gli adulti non sono pronti a spostare le loro posizioni politiche che negano i diritti degli altri».

Gli adulti impassibili di fronte ai giovani pronti a tutto?

Sempre su Radio Vaticana, mons. Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme, si appella ai genitori, ai governanti e al Ministero della Pubblica Istruzione: «Che tipo d’istruzione diamo a questi giovani? Questa è la domanda. Dove porta questa educazione? Nessuno è felice. Nessuno. Né gli israeliani né i palestinesi».

Infatti, spesso sono i giovani tra i 15 ei 30 anni ad essere in prima linea in questi conflitti, spinti o dal lavaggio del cervello da parte dei loro anziani, o scoraggiati dalla vita che conducono, senza lavoro e senza un futuro chiaro. «S’incontra anche una gioventù contraria a tutta questa violenza, mitiga p. Davide Neuhaus. Ci sono state delle manifestazioni contro la violenza che hanno riunito insieme degli arabi e degli ebrei. A dire la verità, io non accuso i giovani, ma do la colpa ai nostri leader politici che non sono in grado di sviluppare un linguaggio che prepari un futuro diverso dal ciclo di violenza».

Mentre sono state lanciate delle offensive dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza in risposta ai numerosi razzi lanciati verso Gerusalemme e Tel Aviv, il Patriarca s’intristisce: «Tanto eravamo felici e ottimisti al passaggio del Santo Padre e all’incontro di preghiera per la pace a Roma, tanto siamo ora a disagio». Ancora una volta richiama le varie parti al dialogo, e ricorda anche il ruolo del Chiesa che non è «né con l’uno né con l’altro», ma che è per il ritorno della pace a Gerusalemme.

Padre Neuhaus completa, volendo «prendere posizione con coloro a cui sono cari i valori della Chiesa. Ciò non significa guardare la parte ebraica o quella palestinese, la parte israeliana o la parte araba. È guardare alle persone, ebrei e arabi che vogliono qualcosa di diverso dalla nostra realtà attuale. Penso che la Chiesa cerchi di contribuire al cambiamento e deve essere coraggiosa, generosa e creativa», termina p. Neuhaus. La cosa da fare è guardare chi ci sta davanti e chiamarlo “mio fratello“, perché siamo tutti figli di Dio».

Pierre Loup de Raucourt