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Pubblicato il 27 Gen 2015 in Approfondimenti, Attualità locale, Politica e società

Mons. Sabbah: “Un cristiano appartiene al suo popolo, al suo paese e alla sua società”

Mons. Sabbah: “Un cristiano appartiene al suo popolo, al suo paese e alla sua società”

Sabbah-209x300GERUSALEMME – Nel quadro di un seminario sul tema: “L’identità dei cristiani arabo-palestinesi in Israele”, presso il Centro Harry Truman dell’Università di Gerusalemme, lo scorso 22 gennaio, il Patriarca latino emerito di Gerusalemme, mons. Michel Sabbah. Ha fatto un importante intervento, in inglese, che vi invitiamo a leggere per intero.

Chi sono i cristiani “indigeni” in Terra Santa? Quali le loro sfide oggi? Quali le scelte che dovrebbero fare per l’avvenire? Soprattutto a queste tre domande mons. Sabbah, Patriarca Emerito di Gerusalemme, ha cercato di rispondere in occasione di una conferenza all’Università Ebraica, il 22 gennaio 2015.

Mons. Sabbah, originario di Nazareth, ha visto ancora seminarista , la guerra del 1948 e, successivamente, già sacerdote, quella del 1967. In quanto Pastore della Chiesa latina a Gerusalemme, ha conosciuto la prima e la seconda intifada oltre che la prima guerra del Golfo, ma anche la creazione della Autorità Palestinese. Infatti egli è stato Patriarca della Chiesa Madre per vent’anni, dal 1988 al 2008.

Egli ha strutturato il suo intervento di nove pagine su cinque temi: “Chi siamo noi?”; “i Cristiani in Israele e in Palestina: i Capi delle Chiese”; “I cristiani in Israele, il popolo”; “Cristiani in Medio Oriente” e “il nostro futuro”.

Ha risposto alla prima domanda sottolineando che: “noi siamo cristiani qui in Israele, e al tempo stesso, siamo cristiani In Medio Oriente”. Ha poi affermato che malgrado le differenti “radici etniche e linguistiche”, che si riflettono nei nomi delle diverse Chiese, la maggior parte dei componenti di queste Chiese hanno “un senso di appartenenza al mondo arabo”, citando come esempio quello della Chiesa Greco-Cattolica Melchita.

Egli ha poi rilevato la presenza di quattro famiglie ecclesiastiche in Terra Santa: Ortodosse, Orientali, Cattoliche e Protestanti. Tutte hanno capi e fedeli presenti in Terra Santa. “Benché siamo distinti e divisi gerarchicamente, in linea di massima tra di noi ci sono buoni rapporti”, ha sottolineato. Parlando poi dei doveri morali dei capi delle Chiese, ha spiegato che “quando si tratta del conflitto israelo- palestinese nel quale ci troviamo, i fedeli attendono dalla Chiesa che essa si esprima a favore della giustizia e della difesa dei diritti, e il nostro dovere è quello di far sentire la nostra voce”.

Ha poi continuato: “Le autorità politiche, dal canto loro, ci dicono che: il conflitto, l’occupazione, tutto ciò è politica e voi, capi religiosi, statene alla larga, parlate di pace, pregate per la pace, ma state alla larga e tranquilli, occupatevi delle vostre preghiere e dei vostri incensi”.

Riguardo i cristiani in Israele, ha spiegato che è necessario distinguere tra due differenti situazioni: “La prima è nei territori occupati e la seconda all’interno di Israele. Nei Territori occupati i cristiani sono sotto occupazione militare (…) mentre in Israele i Palestinesi cristiani sono cittadini”, sottolineando e spiegano poi le differenti sfide e i problemi di questi due gruppi di cristiani “indigeni” e omogenei.

Sua Beatitudine, il Patriarca Sabbah è ben consapevole che “un cristiano appartiene al suo popolo, al suo paese e alla sua società”, cosa che i cristiani in Medio Oriente dimostrano da secoli. Infatti, anche se “costituiamo un piccolo numero, constata il Patriarca emerito, noi non siamo minoranze o un elementi estranei nei nostri paesi”.

In conclusione, mons. Sabbah si è fermato a riflettere sull’avvenire dei cristiani nella regione, spiegando che esso “dipende dall’avvenire stesso di Israele e della Palestina”, mettendo comunque “per scegliere” ogni cristiano di fronte alla propria coscienza e responsabilità di scelta, poiché “guardando al senso di tutti questi fattori esterni, locali e internazionali (…) ha spiegato il Patriarca emerito, il nostro avvenire in quanto cristiani dipende in ultima analisi da noi stessi, dalla nostra fede”. Poiché “la fede diventa una forza spirituale” e “se siamo posti di fronte alla mote e ai massacri, dobbiamo educarci a vivere con il pensiero di essere dei martiri e donare la nostra vita (…)” ha concluso con audacia.

Firas Abedrabbo

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