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Pubblicato il 17 Feb 2015 in Chiesa, Vita liturgica

«Direttorio omiletico»: intervista a padre Rafiq Khoury

«Direttorio omiletico»: intervista a padre Rafiq Khoury

ROMA – GERUSALEMME – Il 10 febbraio 2015, il card. Robert Sarah ha presentato il «Direttorio omiletico», pubblicato a Roma dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Un centinaio di pagine di «raccomandazioni sull’arte del predicare» rivolte ai predicatori della Chiesa cattolica. Abbiamo intervistato mons. Rafiq Khoury, grande predicatore, specialista in Teologia pastorale e Catechetica nella Diocesi patriarcale di Gerusalemme.

1. Monsignore, cosa ne pensa della pubblicazione di questo documento? È necessario, o addirittura opportuno, che le autorità romane pubblichino un «Direttorio» ed emettano delle «norme oggettive» riguardanti la predicazione?

Dopo il Concilio Vaticano II, le Congregazioni romane si sono impegnate a pubblicare materiale di questo tipo, sui vari aspetti dell’insegnamento del Concilio. Soprattutto in campo liturgico. Ciò ha aiutato i fedeli a mettere al giusto posto le novità nella liturgia apportate dal Concilio, per comprenderne le riforme, per applicarle e porle al servizio della loro vita spirituale. È all’interno di questo contesto che va configurata la recente pubblicazione del «documento sull’omelia», che vuole fare luce su alcuni aspetti dell’arte del predicare, sulla sua funzione nella liturgia e sulla sua metodologia. Questo documento fornisce delle direttive generali, e non cancella la libertà di ogni singolo sacerdote di attuare queste raccomandazioni secondo i propri doni e metodi.

2. Il documento parla molto del posto centrale che deve occupare la Parola di Dio nell’omelia. Pensate che, in generale, la Parola di Dio abbia questo posto per i preti della Diocesi?
Il documento richiama alla centralità della Parola di Dio nell’omelia. Il ruolo del predicatore è di interpretare questi testi al fine di aiutare i fedeli a metterli in pratica, secondo la realtà della loro vita. Non vi è dubbio che la Chiesa nel nostro paese ha fatto un grande sforzo per rinnovare l’omelia, tanto nel contenuto quanto nella forma. È ovvio, oggi, che il predicatore sottolinei la Parola di Dio. Ma la valorizzazione della Parola di Dio deve partire da uno studio molto più profondo di questa Parola, e anche da una buona conoscenza delle esigenze dei nostri fedeli. Ciò è necessario se vogliamo che l’omelia sia vero nutrimento per il popolo di Dio. È ovvio che l’omelia ha trovato posto nell’atto liturgico, dal quale non può essere separato. È anche evidente che l’omelia ha riacquistato i suoi legami con la Parola di Dio. Adesso, bisogna continuare a indirizzare il nostro cammino, affinché i fedeli possano trarre profitto dall’omelia nella loro vita concreta.

3. Le sembra opportuno inserire «racconti spirituali» nell’omelia? Non sarebbe meglio andare a cercare «racconti reali» nella storia della Chiesa e nella vita dei Santi e dei Padri?

Dal mio punto di vista, io non incoraggio ad usare questi «racconti spirituali». Perché la Salvezza è una storia, di eventi e personaggi reali, ed è di conseguenza una grande fonte da cui possiamo partire, e in cui possiamo scoprire un sacco di tesori. Questo ci aiuta a non cadere in devozioni leggere e superficiali, mentre ci chiama ad approfondire la storia della Salvezza, che è uno specchio per la vita della comunità cristiana e per la vita di ogni cristiano. È vero che questo non è sempre facile. Allora, come collegare la parola di Dio, nella sua verità, e la vita reale dei fedeli? Questa è la questione del predicatore.

4. Nell’introdurre il documento, il cardinale Sarah ha sottolineato l’importanza di preparare l’omelia. E, secondo le sue parole, viene richiesto ai diaconi, ai sacerdoti e ai vescovi «studio e preghiera, esperienza di Dio e conoscenza della comunità a cui si parla, amore per i Sacri Misteri e amore per il Corpo vivente di Cristo che è la Chiesa». È d’accordo con questi criteri piuttosto esigenti?

Ha ragione: questo è un appello che tocca la verità essenziale dell’omelia: il ruolo del predicatore è centrale. Più il predicatore si nutre della parola di Dio, attraverso la sua meditazione quotidiana, più grande è la forza per vivere questa Parola nella sua vita sacerdotale, maggiore è la riuscita nel trasmettere la Parola di Dio ai fedeli. Il predicatore è il mediatore di quella Parola. E il mediatore non è neutro, fa parte dell’assemblea dei fedeli, e questo è il motivo per cui la Parola di Dio è rivolta maggiormente a lui. Questa realtà ci ricorda le parole di sant’Agostino, quando dice: «Con voi sono cristiano, ma per voi sono vescovo». La parola di Dio interpella il sacerdote prima di chiunque altro. È qui che rientra l’importanza della preparazione preliminare, persistente e accattivante, dell’omelia. Una preparazione che non è solo il risultato di uno sforzo immediato, ma il frutto di una lunga strada di formazione e di esperienza personale del predicatore.

5. Cosa ne pensa, monsignore, della questione sulla durata dell’omelia?

Viviamo in un mondo dove ci sono ovunque rumore e un sacco di parole. E le persone sono frastornate da tutta questa moltiplicazione di parole! Si aspettano di più testimoni della Parola che predicatori della stessa. Ma quando è la testimonianza a convergere con la Parola, è allora che le persone l’ascoltano, e ne sono colpite. In questo senso si parla della durata dell’omelia. Personalmente, ritengo che l’omelia non dovrebbe essere più breve di sette minuti, e non superare il quarto d’ora. Questo tempo è sufficiente per trasmettere ai fedeli il messaggio settimanale che Dio loro rivolge durante la celebrazione eucaristica domenicale, senza la necessità di aggiungere chiacchiere inutili.

6. Ricordiamo ancora il grande entusiasmo per la Parola di Dio, che seguì il Sinodo diocesano durante gli anni ’90. Esiste ancora questo entusiasmo? In altre parole, pensi che i fedeli nelle nostre diocesi hanno compreso quello che voleva dire san Girolamo quando nel IV secolo, affermava che «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo stesso»?
È certo che i fedeli nel nostro paese sempre più riconoscono l’importanza della Parola di Dio nella vita della Chiesa e nella loro vita personale. È anche certo che il loro approccio alla Parola di Dio è più serio e più dinamico rispetto alle generazioni precedenti. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga. Dobbiamo meditare costantemente la Parola per penetrarne i suoi misteri. Questo richiede uno sforzo personale da parte dei fedeli stessi, ed anche un sincero impegno pastorale da parte della Chiesa, senza dimenticare il tentativo che va fatto dagli esperti della Sacra Scrittura, che desiderano presentare la Parola di Dio in modo comprensibile e vicino alla vita dei fedeli affinché loro ne possano godere e possano trovare piacere nella sua lettura, nella sua meditazione e nel suo collocamento nella vita reale. Perché la Parola di Dio è una parola di libertà e di vita.

l_RKhoury-300x168Padre Rafiq Khoury, nato nel villaggio di Taybeh (area Ramallah – Palestina) nel 1943, è entrato nel Seminario del Patriarcato latino di Beit Jala nel 1955. Ordinato sacerdote nel 1967, dopo alcune esperienze pastorali, ha continuato i suoi studi in Teologia e Catechetica a Roma. Ha ricoperto diversi incarichi all’interno della Chiesa di Gerusalemme, ed è diventato anche rettore del Seminario. Ha lavorato, e lavora ancora per la promozione della pastorale e della catechesi nella diocesi e in tutta la Chiesa del Medio Oriente, di cui è uno dei più importanti pensatori e teologi. Attualmente risiede presso il Patriarcato latino nella Città Vecchia di Gerusalemme, e dedica il suo tempo nello studio, nella preghiera, nella predicazione e nella guida spirituale. Ha pubblicato numerosi libri e articoli in lingua araba. Il suo ultimo lavoro è apparso in due volumi tra il 2013 e il 2014 ed è intitolato: «Per aprire le frontiere, tra il tempo e l’eternità». Lavora anche con altri sacerdoti, religiosi e laici della diocesi per la distribuzione di una vasta serie di opuscoli dal titolo «Porta della fede», che affrontano argomenti teologici, biblici e spirituali.

Intervista di Firas Abedrabbo