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Pubblicato il 6 Mar 2015 in Approfondimenti, Informarsi, Letture, Pubblicazioni

Riflessione sulla Festa del Purim e sulla Quaresima

Riflessione sulla Festa del Purim e sulla Quaresima

RIFLESSIONE – In questi giorni ricorre la festività ebraica del Purim. Lucia, della comunita’ cattolica ebreofona di Gerusalemme, riflette sui temi che la Festa del Purim e la Quaresima hanno in comune.

Cosa ha a che fare la Festa del Purim con noi cristiani? Nel giorno di Purim gli ebrei festeggiano il carnevale e si ubriacano mentre noi siamo in pieno tempo quaresimale! Cosa potrebbero avere in comune queste due celebrazioni? Prima di rispondere con assoluta certezza che non hanno “assolutamente nulla” in comune, prenditi del tempo per leggere questo articolo fino alla fine e forse dopo potrai dare una risposta meno categorica. E questo sara’ vero soprattutto se non vediamo il Purim solo come la festa del carnevale, anche se il carnevale e’ un evento interessante, che si trova in forme diverse e in periodi e culture diversi. Sembra che nella persona umana esista una specie di bisogno psicologico di travestirsi rivelando cosi’ cio’ che lui/lei porta dentro di se’ o smascherando aspirazioni nascoste. In questo modo, in incognito, lui/lei puo’ arrivare a fare cio’ che non avrebbe avuto il coraggio di fare in circostanze normali (e non sempre qualcosa riprovevole).

In realta’, la maggior parte di noi si maschera quotidianamente. La nostra scelta di come vestirci e’ dettata dai diversi costumi sociali o semplicemente dalla moda: la ragazza che cerca di apparire come una signora inglese alla moda in una stagione, la stessa ragazza puo’ presentarsi l’anno successivo indossando jeans logori e una camicetta strappata e macchiata di vernice. In realta’, non e’ né l’una né l’altra. Possiamo anche ricordare le maschere che indossiamo in base ai ruoli che assumiamo nelle diverse situazioni della nostra vita. Per alcuni il mascheramento rappresenta l’unica possibilita’ di trovare la propria immagine ed essere cosi’ se stessi. Questa potrebbe essere anche l’occasione per vedere chiaramente fino a che punto i travestimenti e i loro ruoli corrispondenti sono relativi. Un po’ piu’ di chiarezza verso se stessi non e’ cosa negativa in Quaresima … scusate, volevo dire per Purim.

Vediamo ora di parlare di cose piu’ serie perche’ il carnevale e’ una usanza importata di recente dall’Europa, mentre il Purim ha le sue regole.

La prima regola del Purim e’ di ascoltare la lettura del libro di Ester che racconta la storia che sta all’origine di questa festa. Ascoltare significa udire ogni parola, nonostante il rumore del “raashanim” (tintinnio) ogni volta che viene menzionato il nome di Aman il malfattore. Nelle sinagoghe che prendono sul serio le regole, l’assemblea riunita, dopo il rumore, torna subito ad un silenzio meditativo (un buon esercizio per chi vuole ascoltare la Parola che si rivolge a noi personalmente). Il rumore simboleggia l’adempimento del comando di cancellare il ricordo di Amalek (Deuteronomio 25,17-19), di cui Aman e’ un discendente. E’ davvero un simbolo perche’ la cosa piu’ importante e’ quella di eliminare l’Amalek che c’e’ dentro ciascuno di noi. Spiritualmente, Amalek non simboleggia semplicemente il male, ma viene interpretato in diversi modi dalla tradizione ebraica. Secondo una tradizione, Amalek incarna il dubbio circa l’esistenza di una relazione con il Creatore. [In gemetria (l’assegnazione di valori numerici alle lettere dell’alfabeto ebraico), il nome di Amalek ha lo stesso valore numerico della parola safek – dubbio]. Nel Libro di Ester (versione ebraica), non si fa accenno al nome di Dio, proprio come nei resoconti degli eventi del nostro tempo che si leggono sui giornali (e cio’ e’ vero anche quando si riportano i fatti della nostra vita quotidiana). Amalek puo’ anche simboleggiare altre circostanze, situazioni economiche, storiche, politiche, agenti atmosferici, ecc. Per come debellare Amalek, vedi Esodo 17, 8-16.

Quando impararemo a vedere la mano della Divina Provvidenza nel corso apparentemente casuale degli eventi, allora saremo pronti a imparare un’altra lezione dal Libro di Ester: Dio ci permette (se, ovviamente, noi gli permettiamo di guidarci, senza fare resistenza, al fine di riuscire poi a guidare noi stessi) di raggiungere il posto giusto al momento giusto. Questo dipende dalla nostra volonta’ di fare cio’ che e’ necessario in questo momento e luogo, una decisione che puo’ cambiare il corso della storia cosi’ come il corso della nostra vita. E questo non e’ forse anche un programma per la Quaresima?

Gli altri tre insegnamenti che riguardano il Purim ci riportano alla dimensione orizzontale dopo aver visto quella verticale: il rapporto con il nostro prossimo. Il primo riguarda la preparazione di cibo per il nostro prossimo. Secondo una interpretazione, cio’ favorisce il dare cibo ai poveri. E’ una espressione di delicatezza nel fare la carita’, preferendo pero’ dare dei soldi a chi ha bisogno in modo che possano comperare il cibo che vogliono, quando vogliono, piuttosto che dare cibo che non possono conservare. Tuttavia, per i poveri di solito non e’ possibile godere di cibi succulenti, mentre la festa del Purim offre la possibilita’ di dare ai poveri prelibatezze senza che subiscano alcun tipo di umiliazione perche’ anche i ricchi si scambiano questi piatti prelibati. E questo e’ cio’ in cui consiste l’insegnamento.

E la seconda regola e’ esattamente questa: “offrire a chi e’ nel bisogno” – cioe’ tsedaka (carita’). Questo si diversica un po’ dal fatto abituale nel giorno di Purim di dare ad ogni persona che elemosina indistintamente. [Abbiamo sentito parlare di questo altrove: “Da’ a chi ti domanda …” (Matteo 5,42). Facciamo questo? Forse la festa del Purim e’ una buona occasione per incominciare?]

Se stiamo gia’ parlando di carita’ (che e’ appropriato durante la Quaresima), e’ utile ricordare qualcos’altro in questo contesto nella tradizione ebraica. (“Se la vostra giustizia non superera’ quella degli scribi e dei farisei …”). Nel giudaismo, esistono diversi livelli di giustizia (tsedek) nel fare carita’. Il primo livello, che e’ il piu’ basso, e’ fare la carita’ a qualcuno che chiede, ma senza troppo entusiasmo. Il secondo livello e’ quando si dona volentieri, con gioia e con parole gentili. Il terzo livello e’ quando non e’ nemmeno necessario chiedere perche’ quando si e’ percepito il bisogno si offre immediatamente evitando in questo modo ogni genere di umiliazione. Il quarto livello e’ quando chi riceve la carita’ ne conosce l’origine ma chi la offre non sa da dove viene l’offerta e quindi rinuncia ad ogni gesto di gratitudine. Il quinto livello e’ quando il donatore sa a chi dona ma non chi riceve l’offerta, cosi’ che egli possa rendere grazie a Dio e non al donatore (che ha dato l’offerta atttraverso un intermediario). Il sesto livello e’ quando né il donatore né chi riceve sanno da dove proviene l’offerta (e questo e’ il caso in cui l’offerta viene distribuita da una terza persona o associazione). In breve: “Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra cio’ che fa la tua destra” (Matteo 6,3). Di recente ho sentito un rabbino di Gerusalemme spiegare che in alcune comunita’ ebraiche mascherarsi serve anche a questo scopo. In conclusione: c’e’ anche quel tipo di elemosina che non e’ semplicemente un dare aiuto economico, ma aiutare la persona a rendersi autosufficiente cosi’ da non avere piu’ bisogno di elemosinare.

Infine, il piu’ famoso comandamento della festa di Purim e’ quello di preparare un banchetto con una particolarita’ (Megila 7a): bere fino al punto in cui non sai piu’ distinguere tra “Benedetto sia Mordecai” e “Maledetto sia Aman”. (Stranamente il valore numerico di queste due frasi e’ lo stesso). Alcuni prendono questo comando alla lettera: si ubriacano a tal punto da perdere conoscenza prefiggendosi di raggiungere questo scopo nel miglior modo possibile. Tuttavia, nello stesso brano del Talmud e’ scritto con molta chiarezza che l’Ebreo che ha seguito alla lettera questo comando deve essere in grado di recitare la preghiera di ringraziamento dopo i pasti (birkat hamazon), con le preghiere aggiunte per la festa, cosi’ come le preghiere del pomeriggio (minha) e della sera (arvit). E questo implica che essere ubriaco fradicio non e’ nemmeno appropriato il giorno del Purim. Come allora si puo’ comprendere questo comando? Una possibile interpretazione e’ che: “Il vino allieta il cuore dell’uomo” (Salmo 104,15). La psicologia umana spiega che non si puo’ essere felici e odiare allo stesso tempo, anche se si trattasse di odiare il nemico piu’ efferato. Se sei felice al punto di non essere in grado di fare la distinzione tra amici e nemici e vedere nel nemico niente piu’ che un fratello, e inoltre se questo e’ dovuto piuttosto al traboccare dello Spirito piuttosto che come risultato dell’ubriachezza, allora e’ piu’ facile capire come mettere in pratica un altro insegnamento: “ Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perche’ siete figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Matteo 5, 43-45).

Buona Quaresima!

Fonte : Vicariato di San Giacomo