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Pubblicato il 28 Apr 2015 in Chiesa, Ecumenismo, Slide

Gerusalemme «ricorda e non dimentica» l’Armenia

Gerusalemme «ricorda e non dimentica» l’Armenia

GERUSALEMME – La triste commemorazione del centenario del genocidio armeno, che causò la morte di un milione e mezzo di armeni, iniziata il 18 aprile e conclusasi il 24 aprile 2015, ha visto numerosi eventi innanzitutto celebrati in Armenia ma anche nei paesi della diaspora. Gerusalemme, dove vive un gran numero di armeni, ha partecipato alla commemorazioni, terminate con un ufficio presso il Santo Sepolcro.

Nella Città Vecchia di Gerusalemme, le campane di molte chiese hanno suonato a morto. I manifesti intonacati sulle pareti hanno ricordato alcuni dettagli cronologici del “primo genocidio del XX secolo”, il fiore simbolo della commemorazione è stato affisso ovunque.

Questo fiore a cinque petali – che ricordano i cinque continenti dove gli armeni hanno trovato rifugio – è segnato dallo slogan “ricordare, non dimenticare”, una sfida per un paese marcato a fuoco da un massacro ancora negato dalla Turchia che si rifiuta di usare il termine “genocidio”.

Da ricordare, la Chiesa apostolica armena non ha lesinato sui mezzi. Mentre nessuna canonizzazione è stata celebrata dal XIV secolo, il patriarca Karekin II, capo della Chiesa armena, ha canonizzato il 23 aprile «i figli e le figlie che hanno accettato il martirio dei santi “per la fede e per il Paese”». Il 24 aprile è stato dichiarato giorno della memoria per i «Martiri dell’Olocausto».

In un’enciclica, datata al 28 dicembre 2014, il capo della Chiesa armena esortava i fedeli: «Trasformiamo la memoria dei nostri martiri in energia e forza nella nostra vita spirituale e nazionale, di fronte a Dio e a tutti gli uomini, illuminando la strada verso il giusto corso per guidare il nostro cammino verso il raggiungimento della giustizia e delle nostre sacre aspirazioni».

Nella Chiesa del Calvario e della Resurrezione, una fervente preghiera

Nella Città Santa, un intenso programma di celebrazioni è stato preparato dalla grande diaspora e dal Patriarcato della Chiesa apostolica armena. Preghiere, messe, ma anche manifestazione davanti all’ambasciata turca per affrontare il governo di Ankara e la sua posizione di negazione del genocidio.
Tra le due cerimonie di commemorazione, i capi religiosi di Gerusalemme si sono riuniti presso il Santo Sepolcro, all’ingresso della tomba lasciata vuota la mattina della Resurrezione.

Tra canti e preghiere, i patriarchi armeno, greco-ortodosso e cattolico latino hanno pronunciato dei discorsi. Il Patriarca armeno non ha mancato di parlare delle altre confessioni cristiane vittime del genocidio, anche nel 1915.

Nel suo discorso, mons. Fouad Twal ha condannato il «revisionismo che si nasconde dietro questo rifiuto» e la reazione «nervosa della Turchia», in risposta alla «sincerità di papa Francesco, che aveva detto che “è necessario, e anche doveroso ricordare il centenario di questo tragico evento… [E] nascondere o negare il male è come lasciare una ferita aperta che continua a sanguinare, senza benda”». Egli ha anche invitato i fedeli a «fare memoria di tanti cristiani perseguitati oggi per la loro fede».

Una sola preghiera si è elevata al Cielo dal Santo Sepolcro, questo Venerdì, realizzando ciò che papa Francesco aveva inaugurato, poco meno di un anno fa, nello stesso luogo: l’ecumenismo della sofferenza, l’ecumenismo di sangue. Il giorno prima, il 23 aprile, le campane delle 28 chiese di Gerusalemme hanno suonato all’unisono, un centinaio di volte, in memoria del milione e mezzo di armeni uccisi durante il genocidio. Dopo «cento anni di negazione», nel fervore della preghiera e del ricordo dei martiri canonizzati oggi, è ormai tempo finalmente del riconoscimento e dell’incoraggiamento.

Pierre Loup de Raucourt

Foto: Nadim Asfour e Marie-Armelle Beaulieu

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