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Pubblicato il 26 Mag 2015 in Chiesa, Papa - Terra Santa 2014, Slide

Un anno fa… Francesco pellegrino

Un anno fa… Francesco pellegrino

GERUSALEMME – Un anno fa, dal 24 al 26 maggio 2014, papa Francesco era in visita alla nostra Diocesi, prima in Giordania, poi in Palestina prima di concludere con Gerusalemme e Israele. Segnato da gesti e da discorsi notevoli, questo pellegrinaggio aveva acceso speranze sotto molti profili, come ad esempio il dialogo ecumenico e lo sviluppo del processo di pace. Dopo un anno, che cosa ne resta?

Un anno dopo il viaggio di papa Francesco, forse, nella memoria di chi lo ha accolto, in Giordania in Palestina e in Israele, restano più immagini che parole. I numerosi appelli alla pace restano associati a immagini forti: un abbraccio con un rabbino e un musulmano davanti al Muro del Pianto; una sosta ai piedi del muro di separazione tra Israele e la Palestina; un incontro in Giordania con handicappati e rifugiati; un intenso discorso allo Yad Vashem…

Coloro che si aspettavano dalla visita papale l’immediato rilancio del processo di pace, sono stati presto disillusi da una nuova guerra a Gaza, poco più di un mese dopo il viaggio del Santo Padre in Medio Oriente. La assenza si segni concreti era prevedibile: è difficile pensare che un uomo possa contribuire alla restaurazione di una pace che manca da 80 anni.

Dal Vaticano, papa Francesco agisce

In compenso, l’emozione suscitata dall’incontro tra Francesco e Bartolomeo, patriarca ortodosso di Costantinopoli, al Santo Sepolcro, si è estesa e ha generato altri due incontri tra i due capi delle Chiese. Uno in Vaticano alla presenza di Mahmoud Abbas e di Shimon Peres, nel corso di una preghiera per la pace; l’altro con un viaggio e un incontro ecumenico con Bartolomeo in Turchia.

Se non bastasse, un anno dopo il pellegrinaggio, il Santo Padre ha celebrato la canonizzazione di due sante palestinesi, Mariam Bawardi e Maria-Alfonsina, il 17 maggio scorso, due giorni dopo avere riconosciuto lo Stato Palestinese e avere concluso un accordo bilaterale. “I collegamenti con La Terra Santa si mantengono, dice mons. Shomali, Vicario patriarcale a Gerusalemme, e se la speranza politica vacilla, la speranza celeste aumenta”.

Un anno dopo, il vescovo, avverte coloro che troppo velocemente vorrebbero vedere i frutti concreti di questa visita: Il papa non ha la verga “miracolosa” di Mosè ma possiede l’arma della preghiera. In occasione della preghiera in Vaticano, coi presidenti Abbas e Peres, è stato piantato un giovane ulivo: simbolo dell’albero che porta frutto solo dopo molti anni”.

In tal modo, valorizzando l’organizzazione degli incontri in Vaticano, il Papa responsabilizza la Chiesa intera sul punto della pace e la spinge alla preghiera. Mons. Shomali insiste: “Se la pace arriva, sarà a vantaggio di tutti. Di contro se fallisce, sarà a danno di tutti”.

Un anno dopo, una cosa è chiara: il Papa si è spostato in quanto capo della Chiesa cattolica e non come uomo politico, come taluni hanno pensato o dichiarato. Egli ha sottolineato l’efficacia della preghiera, piuttosto che quella del negoziato. Sempre come capo religioso, agisce dal Vaticano, determinato a sostenere il Medio Oriente coinvolgendo tutti i Cristiani. Le idee e le iniziative non gli mancano: un incontro in Vaticano coi nunzi apostolici in Egitto. Terra Santa e Giordania, Iraq, Iran, Libano, Siria e Turchia in ottobre; un concistoro ordinario per il Medio Oriente, il 20 ottobre 2014 e una lettera ai Cristiani del Medio Oriente per Natale. Anche se i frutti tardano, la speranza di coloro che pregano non andrà dispersa.

Pierre Loup de Raucourt