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Pubblicato il 29 Mag 2015 in Attualità locale, Diocesi, Politica e società, Scuole, Slide

Manifestazione delle scuole: “Se pensi che l’educazione costa cara, prova con l’ignoranza”

Manifestazione delle scuole: “Se pensi che l’educazione costa cara, prova con l’ignoranza”

GERUSALEMME  – il 27 maggio scorso, l’Ufficio delle Scuole Cristiane in Israele, ha organizzato una manifestazione davanti al Ministero dell’Educazione a Gerusalemme. Durante la manifestazione – cui hanno partecipato alcune centinaia di manifestanti –  sono stati scanditi degli slogan per denunciare la discriminazione che il Ministero esercita a danno delle scuole cristiane da tre anni in qua.

Solo due settimane fa la Santa Sede ha annunciato un accordo definitivo con lo Stato di Palestina, concernente la sua presenza  l’ operare della Chiesa in Palestina. Invece, la conclusione di accordo simile con lo Stato di Israele appare sempre più lontana, in esso la minoranza cristiana vive in questi ultimi anni, a diversi livelli, una situazione preoccupante. Come successo per anche per alcuni siti islamici, diversi luoghi santi cristiani in questi ultimi anni hanno subito atti di vandalismo compiuti dal gruppo ebraico fondamentalista “Price Tag” e questo senza che il governo abbia preso misure efficaci per impedire che simili fatti si possano ripetere. Israele inoltre, l’anno scorso, ha cercato di seminare divisione in casa araba approvando leggi che tendevano a strappare i cristiani locali dalla loro identità araba. Infine, sono proprio le scuole cristiane a essere bersaglio, da tre anni, di una politica discriminatoria da parte del ministero dell’educazione che, progressivamente, ha ridotto le sovvenzioni a loro favore, mentre invece le scuole che accolgono studenti ebrei continuano a ricevere il 100% delle sovvenzioni. Le scuole cristiane vi vedono una sola spiegazione: il ministero tenta, a poco a poco, di mettere le mani su queste scuole per  assorbirle “dentro lo stampo” delle scuole di Stato.La cosa dura già da tre anni. Come reazione al disinteresse del Ministero, le Scuole avevano indetto una giornata di sciopero fissata per lo scorso 1 settembre. Lo sciopero fu rapidamente annullato davanti alla disponibilità del Ministero a negoziare.

L’Ufficio per le Scuole Cristiane in Israele nominò una commissione che condusse per suo conto il negoziato. Dopo otto mesi il Ministero ha proposto che le scuole cristiane divengano parte del sistema pubblico. Questa proposta è stata interpretata dagli enti proprietari delle scuole (chiese, conventi….) come la fine dell’impegno educativo cristiano, basato sui valori cristiani, e come un colpo gravissimo inferto alla minoranza cristiana in Terra Santa. A causa di questi avvenimenti, le scuole cristiane hanno interrotto i negoziati.
Fallito il tentativo di trovare una soluzione mediante un accordo, l’Ufficio delle Scuole Cristiane ha deciso di organizzare una manifestazione senza precedenti davanti la Ministero dell’Educazione per protestare contro la sua politica discriminatoria. La manifestazione si è svolta lo scorso mercoledì , 27 maggio, con la partecipazione di 700 persone, tra cui vescovi, sacerdoti, pastori, religiose e religiosi, personalità della politica e studenti coi loro genitori che portano il peso maggiore di questa situazione ingiusta.

Da parte del Patriarcato Latino, hanno partecipato alla manifestazione mons. William Shomali e mons. Boulos Marcuzzo, vicari patriarcali rispettivamente per Gerusalemme e Israele, quest’ultimo ha dichiarato: “Questa manifestazione è frutto dei grandi sforzi dell’Ufficio delle Scuole Cristiane in Israele che rivendica i nostri diritti da molti anni. Noi non chiediamo miracoli, ma l’uguaglianza. Ci sentiamo forti perché siamo fondati sul diritto e la verità”.

Altri vescovi hanno partecipato alla manifestazione, tra di essi il vescovo maronita di Galilea e i vescovi melchiti di Gerusalemme e della Galilea accompagnati da molti membri del loro clero.

I partecipanti hanno scandito slogan del tipo: “Non mettete le mani sulle nostre scuole”, poiché “le scuole cristiane non sono in vendita”.

In una intervista, padre Abd el Masih Fahim ofm, presidente dell’Ufficio delle Scuole Cristiane, diceva: “Tutti, cristiani e musulmani, sostengono le nostre scuole e le stimano. Hanno fiducia nell’insegnamento che impartiscono e sanno che sono tra le migliori scuole del paese”. E poi, di seguito: “Noi siamo qui, davanti al Ministero dell’educazione per chiedere di essere trattati come le altre scuole in Israele. Le nostre richieste non riguardano un numero limitato di persone, o i direttori di certe scuole, ma tutto il popolo!”.

Questi manifestanti chiedono al Ministero che, innanzi tutto, abbia termine la riduzione progressiva della percentuale di sovvenzione riservata alla scuole cristiane, quando invece tale sovvenzione copre il 100% delle spese nelle scuole ebraiche. Essi chiedono poi la applicazione nelle loro scuole del programma educativo “Orizzonte Nuovo”, come avviene nel resto delle scuole del Paese. Ci sono infine richieste che riguardano i diritti degli insegnanti.

“Se il Ministero non ci ascolterà prenderemo iniziative ancora più importanti”, ha concluso il religioso francescano.

Dal contesto politico israelo-arabo, hanno partecipato due importanti personalità: i deputati Ayman Odeh e Basile Ghattas, entrambi della Lista Unificata.

Odeh, musulmano, non esitato a mostrare la propria indignazione di fronte al comportamento discriminatorio del Ministero dichiarando: “Il Ministero probabilmente ignora che il 36% degli studenti arabi passati nelle università israeliane sono ex allievi delle scuole cristiane. Io tra questi!”.

Alcuni si sono chiesti se non sarebbe stato meglio per il Ministero, invece che cercare di mettere le mani sulle scuole cristiane, stendere la medesima mano come segno di gratitudine per tanti uomini e donne oggi impegnati nella società israeliana, che furono loro studenti. E poi, per aiutare queste scuole a continuare nella loro missione unica del suo genere in questo paese, poiché da sempre queste scuole sono luoghi di invito alla coesistenza e alla pace, di ripudio del razzismo o del ripiegamento su se stessi, nascosti dietro a dei muri.

Firas Abedrabbo

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