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Pubblicato il 11 Ago 2015 in Diocesi, Slide, Vicari patriarcali

Il Vicariato di San Giacomo compie 60 anni. Intervista a padre Neuhaus

Il Vicariato di San Giacomo compie 60 anni. Intervista a padre Neuhaus

GERUSALEMME – La fondazione dell’Opera san Giacomo festeggia i suoi 60 anni, nell’occasione padre David Neuhaus, SJ, responsabile del Vicariato di san Giacomo per i cattolici ebreofoni, ha pubblicato una lettera pastorale che descrive gli inizi dell’Opera, il suo bilancio, la sua missione, le sue sfide e i suoi progetti. Egli ha accettato di parlarcene.

 Come è nato il Vicariato? Quale l’idea iniziale?

L’impegno del San Giacomo è cominciato ben prima di essere eretto a vicariato, è nato nel 1955, quando alcuni cattolici hanno considerato che, tra le migliaia di ebrei che confluivano verso il giovane Stato di Israele, molti erano cattolici. Si trattava di mogli cristiane sposate ad ebrei, di loro figli battezzati, che arrivavano con le loro famiglie ebree, come cittadini e membri della società ebraica del nuovo Stato. C’era anche un piccolo numero di ebrei che avevano ricevuto il battesimo nella Chiesa cattolica. Questi ultimi durante la Shoah, avevano condiviso lo stesso destino degli altri ebrei, e questa esperienza aveva contribuito a rafforzare la loro identità ebraica. Costoro hanno cominciato a cercare delle chiese, trovandone solamente di lingua araba, nessuna in cui si parlasse l’ebraico. L’ebraico non era la loro lingua materna, ma quella della società nella quale vivevano e che li univa, non c’era infatti altra lingua comune a tutti.

Quali sono le prime missioni del vicariato?

La prima missione fu quella di raccogliere “le pecore” disperse attraverso il paese, inserite nella società ebraica. Le prime comunità si sono formate a Giaffa, a Gerusalemme, ad Haifa e a Beersheva. La seconda è stata quella di “creare” una comunità cristiana ebreofona. Il cristianesimo non aveva mai utilizzato l’ebraico nella liturgia o nella teologia. Questa lingua era strettamente collegata allo sviluppo della tradizione ebraica. Si trattava dunque di una tappa importante, tanto più che ci si trovava negli anni preconciliari, nei quali la Chiesa cominciava a riflettere sulle sue radici ebraiche e sull’importanza dell’Antico Testamento. La creazione di un “ebraico cristiano” grazie al lavoro straordinario di valenti linguisti, liturgisti, teologi e pastori, è stato un grande successo.

Un’altra missione importante è stata trasmettere la fede alle nuove generazioni nate in Israele. Qui il lavoro è stato meno fecondo, le nuove generazioni sono israeliane, di cultura ebraica, fortemente influenzate dal contesto nel quale vivono. La Chiesa sembrava loro straniera e senza interesse, molti hanno scelto la via della assimilazione. È una sfida continua quella di offrire ai nostri giovani una fede cristiana che sia attraente e una identità cattolica ebraica, che essi possano vivere come israeliani facenti parte della società ebraica.

Un’altra sfida importante è quella di stabilire un contatto e una vera comunione tra i cristiani arabofoni, che costituiscono la chiesa locale, e la nuova realtà ebreofona.

A questo riguardo, quali sono i rapporti tra le Keillot e le comunità arabe cristiane locali? E con le comunità ebraiche?

Lavoriamo per sviluppare dei legami forti tanto con gli ebrei che coi nostri fratelli e sorelle arabi. Alcuni tra noi sono membri di famiglie ebree, facciamo parte della società, andiamo a scuola con gli ebrei e facciamo servizio militare nell’esercito ebraico, studiamo e lavoriamo con ebrei, diversi si sposano con ebrei. Desideriamo essere il volto di una Chiesa che cerca la riconciliazione, il perdono e che lavora per un futuro migliore. Spesso assistono alle nostre celebrazioni ebrei impegnati nel lavoro congiunto di presentazione della Chiesa alla società ebraica israeliana. Dobbiamo parimenti riconoscere gli ebrei che condividono i nostri valori e la nostra visione, per lavorare con loro.

Siamo cattolici e dunque in piena comunione coi nostri fratelli e sorelle cristiani arabi. Siamo chiamati a essere sensibili alle loro sofferenze, alle loro aspirazioni, alle loro gioie e ai loro dolori. Abbiamo diversi arabi nelle nostre comunità, le circostanze li hanno condotti a vivere nelle città ebree nelle quali le uniche chiese sono le nostre. Li accogliamo a braccia aperte, e crediamo che formando una sola comunità, possiamo testimoniare la nostra appartenenza al Cristo, promuovere la giustizia, la libertà, la pace, l’uguaglianza…

Uno dei vostri compiti principale è quello di sensibilizzare i cattolici sulle radici ebraiche della loro fede… è un compito facile?

Nel 1955, volere sensibilizzare la Chiesa sulle sue radici ebraiche era piuttosto rivoluzionario. Ma dopo il 1965, la Chiesa Cattolica tutta intera è divenuta rivoluzionaria in questa direzione. L’insegnamento della Nostra Aetate e lo sviluppo del Magistero della Chiesa in questo campo ci hanno facilitato il compito. Noi siamo stati molto ispirati dai preziosi contributi di san Giovanni XXIII, del beato Paolo VI, di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Anche papa Francesco è molto sensibile a questa dimensione dell’identità ecclesiale.

Come definire il “mistero di Israele” al giorno d’oggi?

Il “mistero di Israele” si riferisce a un versetto delle lettera ai Romani, quello che ricorda il grande mistero di Gesù, l’Ebreo che viene incontro al suo popolo, il quale non lo riconosce come Messia. Oggi, siamo più consapevoli di come noi cattolici abbiamo contribuito a questo stato di fatto. Noi purtroppo non siamo stati autentici testimoni di Cristo nel nostro rapporto con gli ebrei (e con tanti altri). I nostri peccati di violenza, di sete di potere, di avidità e di gelosia hanno impedito che il volto di Cristo fosse visibile da parte degli Ebrei. Dobbiamo tenere nel cuore il convincimento che Dio è sempre fedele, Egli non respinge gli ebrei e non respinge noi, insieme dobbiamo trovare i modi per testimoniare l’amore di Dio nel mondo.

Per il Vicariato, qual messaggio dare, quale ruolo avere oggi in Israele in un contesto segnato dal blocco del processo di pace e, anzi, i nuovi focolai di estremismo ebraico?

Noi dobbiamo essere una voce di speranza. Crediamo che Cristo è risorto e dobbiamo essere degli “isolotti” di gioia, dobbiamo credere che la pace verrà e la giustizia avrà la meglio poiché, alla fine dei conti, è Dio che resta signore della Storia. Noi dobbiamo essere messaggeri coraggiosi della Buona Novella.

A cura di Manuella Affejee.