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Pubblicato il 9 Nov 2015 in Attualità dal Medio Oriente, Notizie della diocesi, Politica e società, Slide

Incontro con Mons. Ortega, nuovo Nunzio apostolico in Iraq e Giordania

Incontro con Mons. Ortega, nuovo Nunzio apostolico in Iraq e Giordania

TERRA SANTA – Il 1° agosto 2015, papa Francesco ha nominato mons. Alberto Ortega Martin nunzio apostolico in Giordania e Iraq. Spagnolo, nato a Madrid nel 1962 e ordinato sacerdote il 28 aprile 1990, ha lavorato con le rappresentanza diplomatiche in Nicaragua, Sud Africa e Libano. Per diversi anni ha lavorato nella Segreteria di Stato su questioni che riguardano il Medio Oriente. Presente a Gerusalemme in occasione dell’Assemblea Plenaria degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, lo abbiamo incontrato.

Con quale stato d’animo si accinge alla sua nuova missione?

Mi appresso a questo compito con grande gratitudine al Santo Padre per questa nomina e per la sua fiducia in me. Sono consapevole di essere molto piccolo per questa missione, ma resto fiducioso nel Signore. Ogni vocazione è un segno della misericordia di Dio, non è il risultato di abilità o qualità; è solo pietà. Dio conta su di noi per fare le cose, ma in realtà è Lui stesso che le fa. Così ho grande fiducia nel Signore e nella preghiera, e un grande desiderio di aiutare i cristiani e tutte le persone che vivono in Giordania e Iraq. Imparerò molto da quei cristiani che sono magnifici testimoni della fede. Molti di loro hanno lasciato tutto nel nome di Cristo, e da loro devo imparare soprattutto questo. Ci vuole una grande comunione per sostenerci a vicenda.

Lei sta rappresentando la Santa Sede in due paesi che in realtà sono molto diversi: l’Iraq e la Giordania. Quale sarà il nucleo della sua missione?

La missione del Nunzio è duplice: per prima cosa è una missione diplomatica di contatto con le autorità civili per favorire la pace. Poiché le situazioni sono diverse, dobbiamo adattarci e ci sono molte cose da fare. In Giordania, ad esempio, i cristiani sono apprezzati, il rapporto con le autorità politiche è molto buono. Vi è anche una missione speciale nei confronti dei rifugiati. Tuttavia, l’intera regione è attiva, e in questo contesto dovrebbero essere incoraggiate tutte le persone e tutte le iniziative volte a cambiare la situazione per portare la pace.

La seconda missione è quella di sostenere la Chiesa locale. La Chiesa dovrebbe promuovere e incoraggiare la comunione tra i cristiani, in particolare promuovendo il contatto con i sacerdoti e i vescovi. La mia missione è quindi di sostenere e di essere presente sul campo per mostrare l’amicizia del Papa, le sue preoccupazioni e il suo amore per i cristiani e le comunità locali.

Che messaggio desidera portare a quei cristiani che vivono attualmente nei momenti difficili?

Il messaggio è quello di dire loro che non sono soli. Come rappresentante del Papa, devo soprattutto trasmettere loro che il Santo Padre e tutta la Chiesa sono con loro. Dobbiamo incoraggiare le Chiese di tutti i paesi di essere presenti per loro e di sostenerle: aiuto e sostegno con tutti i mezzi possibili per questi cristiani. Essi hanno molto da insegnarci, abbiamo il dovere di mantenere la loro testimonianza. È molto importante dire loro che contiamo su di loro.

Inoltre, dobbiamo ricordare alle autorità civili le loro responsabilità; essi dovrebbero rendere possibile il ritorno dei cristiani nella loro patria: si tratta di un diritto, non di carità. Essi devono anche fare del loro meglio per dare loro buone condizioni di vita, un lavoro, una casa. Come gli altri cittadini, devono poter contribuire al bene del loro paese.

Intervista a cura di Calixte des Lauriers