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Pubblicato il 12 Gen 2016 in Attualità dal Medio Oriente, Carità, Diocesi, Parrocchie in Giordania, Politica e società, Slide

Il Centro Nostra Signora della Pace e l’accoglienza dei rifugiati in Giordania

Il Centro Nostra Signora della Pace e l’accoglienza dei rifugiati in Giordania

GIORDANIA – Il Coordinamento Terra Santa è arrivato in Giordania, ultima tappa della visita pastorale nella regione, dopo Gaza e Betlemme. La delegazione dei vescovi europei, nord-americani e sud-africani ha desiderato recarsi presso i numerosi siriani e iracheni rifugiati nel paese, allo scopo di consegnare loro un messaggio di solidarietà e di misericordia.

Secondo le cifre delle Nazioni Unite i rifugiati in Giordania sarebbero circa 600 000; le autorità giordane dal canto loro li stimano circa 1 400 000, cioè il 20% della popolazione totale, uno su cinque abitanti. Il 20% circa dei rifugiati siriani vive nei campi profughi di Azraq e Zaatari, nel nord del paese, mentre la grande maggioranza si trova nelle città.

I rifugiati iracheni sono arrivati nell’agosto 2014, in fuga davanti all’avanzata folgorane del Daech nella pianura di Ninive. La loro presa in carico è assicurata dalla Caritas e da altre organizzazioni cattoliche tra cui il Centro Nostra Signora della Pace ad Amman. Il suo direttore generale, padre Ala Nadim Alamat, ci parla della situazione.

Questi rifugiati iracheni hanno alloggiato in locali e alloggi di fortuna prima di sistemarsi nei caravan. A oggi, molte famiglie vivono in appartamenti, beneficiando di un sostegno della Caritas per il cibo e l’affitto; questo aiuto però è insufficiente e non permette di coprire tutte le spese. I ragazzi vanno a scuola e i genitori tentano di trovare una occupazione presso le chiese o i centri. Si tratta per loro dell’unica possibilità poiché il governo non rilascia loro permessi di lavoro. La multa per “attività lavorativa a pagamento senza permesso” va dai 2000 ai 3000 dinari, e comporta l’espulsione dl territorio.

La maggior parte degli iracheni non sono stati registrati come rifugiati dall’UNHCR, le riunioni erano spesso rinviate. Così risultano ufficialmente come dei semplici senza-dimora e non sono tra le priorità dell’UNHCR. Ecco perché molte famiglie cercano di trovare protezione ecclesiale in Canada o in Australia.

Il periodo invernale è sempre un momento difficile per i rifugiati. Come lo gestite?

I rifugiati iracheni, grazie alla collaborazione del Centro Nostra Signora della Pace, per l’inverno sono sistemati in appartamenti. Anche se troppo caro provvedere la riscaldamento dei loro appartamenti, lo stesso beneficiano di una protezione dalle intemperie. I rifugiati che sono nei campi hanno in più le difficoltà di doversi proteggere dal freddo e trovare un ambiente asciutto, soprattutto in occasione dei temporali e delle tempeste. Lo scorso inverno, molte tende sono crollate sotto il peso della neve rendendo necessario un aiuto d’urgenza: abiti e combustibile.

I mezzi di cui disponete sono sufficienti?

Caritas Giordania assicura la fornitura di cibo, offre sistemazioni abitative e cure mediche ai rifugiati iracheni. Proprio per questo la nostra organizzazione è sempre alla ricerca di fondi che le permettano di continuare la sua opera. Caritas, con l’aiuto di molte persone di buona volontà organizza regolarmente delle raccolte di fondi. Gli alloggi sono la prima preoccupazione. A oggi, la Caritas è in grado di provvedere a coprire le spese di affitto per una famiglia lungo un periodo che va dai sei ai dieci mesi, dopo di che un’altra soluzione deve essere trovata.

Quanto ai siriani, l’UNHCR offre loro un soccorso inferiore al minimo necessario per garantire un aiuto di base a ciascun siriano. Molti si indebitano per nutrire e alloggiare la loro famiglia.

Sembra che certi rifugiati sperino di rientrare in Siria, per il fatto delle difficili condizioni di vita in cui si trovano in Giordania…

Non ho sentito di rifugiati desiderosi di rientrare in Siria, ma conosco famiglie che sperano di rientrare in Iraq, precisamente in Kurdistan. Le famiglie ancora in situazioni precarie, si informano spesso sulle condizioni di vita in Kurdistan e si dicono disposte a rientrare quando la situazione apparisse migliore che in Giordania. Lo stesso valga anche per i Siriani, ma la situazione in Siria è peggio che nel Kurdistan… È importante notare che chi ritorna in Iraq spesso non rientra nelle proprie case a Mossul o nei villaggi dei dintorni, tuttora nelle mani del Daesh.

Qual il morale dei rifugiati che incontrate?

La sistemazione in appartamenti dà la speranza alle famiglie che pensano di vivere un inverno sopportabile. Certe famiglie si rallegrano per essere integrate nei programmi della Chiesa di Australia – meglio che delle mediazioni dell’ONU. Il fatto che i ragazzi tornino a scuola è davvero importantissimo, soprattutto dopo un anno di interruzione.

Lo stesso le famiglie sono ancora nell’angoscia poiché temono di essere deportate. Hanno bisogno di lavorare in Giordania per assicurare il cibo ai loro cari, ma lavorare può condurre a multe e all’espulsione, come ho già detto. Anche se il denaro non è sempre una necessità assoluta, molti rifugiati, gli uomini soprattutto, sperano di tornare la lavoro perché è veramente difficile aspettare senza far nulla.

Vorrei sottolineare che i musulmani i cristiani di Giordania si sono gettati nell’aiuto agli iracheni in fuga dalla barbarie e dagli attacchi del Daesh. I cristiani di Giordania hanno avuto l’opportunità di incontrare i cristiani iracheni che hanno tutto lasciato, tranne la fede in Gesù. Ringraziamo il Signore per questa bella testimonianza.

Siamo fieri della Giordania che è stata capace di accogliere dei rifugiati sul suo territorio. L’ospitalità costa cara, ma la Giordania resta aperta all’accoglienza. Lo stesso abbiamo davvero bisogno dell’aiuto internazionale, qui e ora.

Intervista a cura di Manuella Affejee.