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Pubblicato il 18 Gen 2016 in Letture, Slide, Uncategorized

Claudette Habesch: « È un grande privilegio far parte della Chiesa Madre di Gerusalemme; ma è anche una grande responsabilità»

Claudette Habesch: « È un grande privilegio far parte della Chiesa Madre di Gerusalemme; ma è anche una grande responsabilità»

 

TERRA SANTA – Dopo l’intervista all’arcivescovo di Amman, mons. Lahham e a Samer, un giovane cristiano di Betlemme, adesso anche Claudette Habesch, palestinese, madre di famiglia, per 27 anni segretario generale della Caritas di Gerusalemme, e molto coinvolta nella chiesa di Gerusalemme ha per noi rivolto il suo sguardo sull’anno passato ed espresso le sue speranze per il futuro. Senza tacere le sofferenze del suo popolo e la disperazione per una situazione che non ha sfogo, ci invita a rimanere ancora aggrappati alla fede in Gesù, morto e risorto, e a nutrire ancora la speranza.

Ricordo di aver iniziato il 2015 piena di speranza. All’inizio di ogni anno, infatti, credo che tutto sia possibile, ma ora quando guardo la realtà di questo anno passato vedo il positivo, ma anche il meno positivo. E mi chiedo: Che cosa ho fatto nella mia vita nel corso di quest’anno? Qual è stato il mio ruolo di moglie e di madre, nella mia famiglia, ma anche nella società? Di fronte ai difficili eventi dell’anno appena concluso, di fronte all’occupazione continua, alla guerra che non si ferma, mi chiedo come continuare a crescere nella speranza e nella ricerca di una vita dove l’essere umano, creato ad immagine di Dio, può essere guardato con amore, compassione e dignità. Quest’anno, infatti, è stato caratterizzato da una grande instabilità e dalla mancanza di sicurezza (sia per il popolo palestinese sia per il popolo israeliano). Molte vite sono state perse a causa del conflitto in Iraq, Siria e Gaza. Il mondo intero è stato colpito dalle migrazioni di intere popolazione: la sofferenza è parte della nostra vita quotidiana e appare insensata! La mia grande delusione è l’immobilità della comunità internazionale, che ancora una volta quest’anno, non è riuscita ad aiutarci a trovare la pace nella nostra terra: i negoziati sono partiti nel 1993, ma nel 2016 non intravediamo all’orizzonte nessuna fine del conflitto nonostante vi siano tutte quelle risoluzioni delle Nazioni Unite che non vengono applicate. Le persone che hanno il potere sono ora veramente determinate a fare pace?

Tuttavia, io sono cristiana, e questa identità non mi permette di restare in preda alla disperazione. La speranza rimane e posso solo guardare con gioia alla mia famiglia, che è la Chiesa e che mi dà questa speranza. Continuo a pensare che, nonostante tutto, è un grande privilegio essere parte della Chiesa Madre di Gerusalemme; ma è anche una grande responsabilità. E se noi siamo la Chiesa del Calvario, esiste anche la Chiesa della Resurrezione, la vittoria della vita sulla morte: è per questo che non abbiamo il diritto di disperarci ed è qui che dobbiamo giocare un ruolo importante.

Due grandi gioie riflettono il nostro dovere essere rivolti alla speranza: in primo luogo le due canonizzazioni di Mariam e Maria Alfonsina, a cui ho partecipato, invitata dalla delegazione dell’Autorità palestinese. D’altra parte, la gioia e la speranza donate al popolo palestinese dal riconoscimento da parte della Santa Sede dello Stato di Palestina. Questo ci mostra che la Chiesa riconosce la presenza di questo popolo che soffre da anni. Questi due avvenimenti ci provano che non siamo una chiesa dimenticata e ci danno la forza per noi cristiani di rimanere su questa bella terra per continuare a fornire la testimonianza che Gesù ci ha affidato. Ciò richiede molta speranza, ma soprattutto, molta fede.

Per l’anno 2016, le mie aspettative sono le stesse di tutti i cristiani per il popolo palestinese: desidero la fine dell’occupazione, la libertà, la dignità, il diritto di ciascuno a vivere come un essere umano rispettato e non umiliato. Io sono cristiana palestinese e per me, chi tocca un palestinese musulmano colpisce anche un palestinese cristiano, perché apparteniamo alla stessa gente. Paolo VI ci ha detto durante la “Giornata della Pace” il 1 gennaio 1972: «Se vuoi la pace, lavora per la giustizia»: giustizia per noi è la fine dell’occupazione. Senza giustizia, non ci sarà riconciliazione.

Quest’anno io pregherò per la pace in questa terra dove è nato Gesù Cristo, che è la pace. Questa pace la otterremo insieme: israeliani e palestinesi, vincere o perdere insieme. Pregate perché si realizzino il rispetto e l’amore e perché ci sia pace nel cuore di ogni uomo.

Intervista a cura di Calixte des Lauriers
Foto: Thomas Charrière