Pages Menu
Categories Menu

Pubblicato il 16 Feb 2016 in Attualità locale, Politica e società, Slide

L’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, da Gerusalemme, si rivolge di nuovo a papa Francesco e al mondo

L’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, da Gerusalemme, si rivolge di nuovo a papa Francesco e al mondo

 

INTERVISTA – Quando nel mese di luglio del 2014, il gruppo terroristico dell’ISIS prese Mosul, ai cristiani della città fu ordinato o di convertirsi all’Islam o di lasciare la città. A rischio la loro vita. Da allora migliaia di cristiani hanno abbandonato le loro case e i loro villaggi, allontanandosi dalle loro comunità e lasciando dietro di loro un’eredità millenaria.

Da allora, gli attacchi contro il cristianesimo e contro i cristiani non si sono fermati in Iraq. Il 20 gennaio 2016, l’ISIS ha distrutto il monastero di sant’Elia, il più antico monastero cristiano nel paese, costruito dai monaci assiri nel VI secolo. Altri siti cristiani e resti pre-islamici, come Hatra, Nimrud e Ninive, sono stati distrutti dal gruppo terrorista.

Invitato a partecipare alla Giornata Mondiale del Malato, che ha avuto luogo la scorsa settimana in Terra Santa, mons. Yohanna Petros Mouché, arcivescovo siro-cattolico di Mosul, di Kirkuk e del Kurdistan, è tornato sulla tragica estate del 2014 e sulla situazione attuale dei cristiani in Iraq.

Durante l’estate del 2014, Mosul è stata presa dallo Stato Islamico (ISIS). Può dirci come avete vissuto in quel tempo?

Dopo la fuga del nostro esercito iracheno, l’ISIS è stato in grado di conquistare la città di Mosul ai primi di giugno del 2014.

Spaventati dalla presenza dell’ISIS la maggior parte dei nostri cristiani e anche molti musulmani hanno lasciato la città di Mosul, diretti verso il Kurdistan e i villaggi della Piana di Ninive.

All’inizio le forze dell’ISIS avevano dimostrato simpatia per i cristiani. Ma solo dopo pochi giorni hanno dichiarato quali dovevano essere le condizioni da rispettare perché i cristiani vivessero sotto il loro dominio: o diventare musulmani, e avrebbero perso tutti i diritti, avrebbero dovuto pagare una tassa, e diventare cittadini di secondo grado, o lasciare i luoghi natii e le proprietà o mettere in pericolo la vita.

La situazione non era facile da giudicare, soprattutto dal momento in cui in Iraq i cristiani si rivolgono al vescovo per trovare una soluzione. Data l’assenza di un governo centrale, sono entrato in contatto con i leader curdi che erano con noi. Durante il primo attacco dell’ISIS contro Qaraqoche, la più grande città cristiana, allo scopo di cacciare i Peshmerga, l’esercito curdo era lì per difendere la nostra zona. Ho fatto da mediatore fra i leader dell’ISIS e quelli dei Peshmerga, ma senza risultato.

La battaglia durò tre giorni, dopo di che la stragrande maggioranza dei nostri cittadini lasciò il paese, tranne un centinaio di residenti, il clero e me stesso. L’ISIS non si fermò e sferrò un secondo attacco. Il 6 agosto fu in grado di entrare e di prendere il potere su tutte le nostre città dopo la nostra partenza e la fuga dell’esercito. Così abbiamo lasciato tutto e ci siamo diretti verso il Kurdistan per salvare la nostra vita e salvare la nostra fede e l’integrità.

A quel tempo, voi avete inviato un messaggio a Papa Francesco e al mondo. Qual è stata la risposta? Se oggi doveste rivolgere un appello, come lo fareste?

In occasione del mio incontro con il Santo Padre mercoledì 30 settembre, ho presentato una lettera a Sua Santità per ringraziarlo per le sue preghiere e ogni dono che Sua Santità ha fatto per noi, pregandolo di esercitare la sua influenza sui leader del mondo affinché si affrettino a liberare le nostre città e villaggi. Ho chiesto di poter trovare delle sistemazioni temporanee in paesi come la Francia, la Spagna o altrove, dove vivere ed esercitare la nostra liturgia e le nostre tradizioni. La nostra situazione e l’emigrazione sembrano impantanarsi in tempi lunghi; se noi siamo accolti in gruppo, il ritorno sarà più facile nelle zone liberate e i nostri diritti assicurati.

Nella mia testimonianza sul rispetto della vita e della persona umana a Gerusalemme, in occasione della Giornata Mondiale del Malato, ho ripetuto il mio appello a Papa Francesco e a tutti gli uomini di buona volontà.

Cosa ci può dire sulla vita quotidiana dei cristiani che vivono ancora in Iraq? Chi può ancora dare loro la speranza?

In realtà, la nostra situazione è difficile, il futuro è buio, la gente è stanca. Si aspettano una soluzione in cui ritrovare la dignità e la vita, il loro futuro in cui i loro figli saranno protetti. Ecco perché molte famiglie hanno già lasciato il paese e molti altri pensano di farlo.

Amiamo il nostro paese, tanto che la vita è possibile. Siamo orgogliosi della nostra religione, speriamo che le nostre città, i nostri villaggi e le nostre chiese siano rilasciate e speriamo di avere un’area protetta in cui tutti noi godiamo dei nostri diritti. In caso contrario, ci auguriamo che le autorità trovino per noi posti dove rifugiarci, altrove, in altri paesi, ma sarebbe una perdita per la nostra comunità e il nostro patrimonio ereditato dai nostri antenati.

Intervista di Saher Kawas

Foto: Mons. Yohanna Petros Mouché al Simposio di Gerusalemme per la Giornata Mondiale del Malato © 2016 YPA

Leggi anche: Intervista a Mons. Mouché su Terrasanta.net