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Pubblicato il 24 Feb 2016 in Diocesi, Politica e società, Slide

Essere cristiani in Giordania oggi

Essere cristiani in Giordania oggi

PARIGI – In una conferenza, tenutasi il 3 febbraio 2016 presso l’Oeuvre d’Orient, mons. Maroun Lahham ha presentato una panoramica della cristianità nel mondo arabo per poi descrivere più precisamente la situazione dei cristiani in Giordania. Rivolgendo l’attenzione anche al destino dei profughi cristiani siriani ed iracheni, ha infine proposto una riflessione sul futuro dei cristiani nel mondo arabo.

CRISTIANI GIORDANI, SIRIANI E IRAQUENI

Ringrazio l’Oeuvre d’Orient, per l’attenzione che rivolge verso i cristiani orientali, e soprattutto per avermi dato questa opportunità di parlare dei cristiani della Giordania, di Siria ed Iraq. Permettetemi innanzitutto di dare una breve panoramica del mosaico dei cristiani nel mondo arabo.

PANORAMA. I cristiani nel mondo arabo sono di due categorie: in primo luogo, i cristiani arabi che sono i discendenti dei primi cristiani. Si trovano nei paesi che vanno dall’Iraq all’Egitto, attraverso la Siria, il Libano, la Giordania e la Palestina. La seconda categoria è quella dei cristiani che abitano nel Golfo e nel Nord d’Africa, che per la stragrande maggioranza sono stranieri. Ci sono anche i cristiani stranieri nei paesi della prima categoria, ma vi abitano in via transitoria. Per quanto riguarda il numero, so che è odioso parlare di statistiche, tanto più che in Oriente le cifre sono tonde. Ma per dare un’idea: i cristiani arabi (e non parlo di quelli dei paesi arabi, perché ci sono almeno due milioni di cristiani stranieri in Arabia Saudita) quindi sarebbero circa 20 milioni, di cui quasi la metà sono i copti d’Egitto. Ma questi cristiani appartengono ad un mosaico di Chiese, ma questo è un altro argomento.

Parlerò di:

= cristiani in Giordania

= cristiani siriani in Giordania

= cristiani iracheni in Giordania

= dell’avvenire dei cristiani nel mondo arabo in generale.

 

I CRISTIANI DELLA GIORDANIA

I cristiani giordani, ha detto Antoine Fleifel in un capitolo intitolato: La Giordania, Regno dei cristiani felici, sono indubbiamente i meno conosciuti tra i “cristiani di Oriente”. Il motivo sta nel fatto che le comunità cristiane giordane godono di una situazione calma e favorevole alla loro presenza sul suolo giordano. Inoltre, i cristiani giordani non hanno vissuto situazioni simili a quelle dei cristiani libanesi, siriani e iracheni. I cristiani della Giordania – e non sto dicendo i cristiani giordani, perché quasi la metà di questi cristiani è di origine palestinese – è, ovviamente, una componente essenziale e stabile della società giordana.

Questa stabilità politica e sociale dei cristiani in Giordania e nella vita comune con i loro concittadini musulmani, è in gran parte dovuta alle pratiche tribali. In Giordania, è la famiglia, piccola o grande (la tribù), ricettacolo dei valori e garante dell’ordine sociale e politico. I cristiani – soprattutto quelli di ceppo giordano –  sono suscettibili, tanto quanto certi musulmani, di essere ricettivi a questo discorso di identificazione tribale, in quanto condividono con i musulmani le stesse strutture sociali, e in gran parte gli stessi valori sociali. Valori patriarcali che la solidarietà tra gli individui e le famiglie hanno costruito sulla base di parentela.

Un altro motivo per la stabilità della Chiesa giordana è che si è radicata nella sua storia e nel suo impegno per le cause arabe, in primo luogo la causa palestinese. È, con la cristianità siriana e palestinese, una Chiesa araba, libera da ogni nostalgica appartenenza ad un passato ormai trascorso (cananeo, fenicio o faraonico).

Anche se la percentuale dei cristiani non supera il 3% della popolazione giordana, – 200.000 a 220.000 su una popolazione di 6-7.000.000 di abitanti -, dobbiamo dire che l’effettiva presenza di cristiani giordani supera di gran lunga questa proporzione. Faccio un esempio: il 30% dell’economia del paese è nelle mani dei cristiani, ce ciò consente loro di utilizzare la bella espressione di “maggioranza qualitativa”. Lo stesso nella “quota” dei cristiani in Parlamento (9%) al Senato (6%) e nel Governo (1 o 2 ministri sono cristiani).

I cristiani giordani appartengono a due importanti Chiese: la Chiesa greco-ortodossa (quasi il 50%) e la Chiesa cattolica (40%), con qualche migliaio di anglicani e luterani, maroniti, siriani e armeni. L’esodo dei cristiani dall’Iraq ha aumentato il numero di cattolici cristiani siriani e caldei. La Chiesa cattolica – in particolare il ramo latino che costituisce la maggioranza dei cattolici – eccelle soprattutto per la sua attività didattica. L’alta qualità delle scuole e dei collegi cattolici attira studenti provenienti da famiglie musulmane. Inoltre, la creazione di una Università cattolica in Giordania voluta da Giovanni Paolo II e la cui prima pietra fu posta da Benedetto XVI nel 2009, non ha fatto che rafforzare ed espandere l’influenza educativa della Chiesa cattolica in Giordania.

Ma, poiché nulla al mondo è perfetto, dobbiamo sottolineare alcuni punti importanti che da lungo tempo i giordani si pongono ma ai quali non è ancora stata data una risposta soddisfacente da parte delle autorità politiche.

= C’è in primo luogo la psicologia della “minoranza numerica”. I cristiani arabi in generale, e quelli della Giordania, in particolare, sono ben consapevoli del fatto che sono una minoranza. Loro lo accettano, anche se a malincuore. Il disagio deriva dal fatto che essere minoranza da secoli, alla fine forgia una psicologia fragile, che si traduce nella ricerca di una protezione straniera, il ripiegamento identitario, l’esagerazione dei fatti banali, la paura di scendere in piazza … per non parlare di un’altra psicologia, quella della “maggioranza”, che è in grado di ostacolare i diritti delle minoranze, in base alla legge del più forte. In Oriente, noi preferiamo parlare di “piccolo numero” invece di “minoranza”, e che la presenza dei cristiani non è limitata a percentuali, ma è una qualità di presenza, e che i diritti e i doveri hanno il loro fondamento nella dignità della persona umana, a prescindere dal peso numerico.

= Vi è poi la questione della libertà di coscienza che è diversa dalla libertà di culto. Voglio dire la libertà di coscienza, la libertà di scegliere la propria religione o di non sceglierne nessuna. La libertà di culto è garantita in Giordania, ma la libertà di coscienza consente solo il passaggio dal Cristianesimo all’Islam.

= In terzo luogo i matrimoni misti sono a senso unico, vale a dire che un giovane musulmano può sposare una ragazza cristiana, ma un giovane cristiano non può sposare una giovane musulmana a meno che non passi lui all’Islam.

= In quarto luogo, ci sono i libri di testo che ignorano completamente la presenza cristiana in Giordania fino all’arrivo dell’Islam nel VII secolo, per non parlare delle false nozioni con cui si presenta il cristianesimo, sempre secondo la visione islamica.

= Un altro punto delicato è la mancanza di educazione religiosa cristiana nelle scuole pubbliche, per gli studenti cristiani. La Giordania è a questo titolo uno dei rari paesi arabi a togliere questo diritto agli alunni cristiani. Bisogna sapere che l’insegnamento religioso nei paesi arabi è obbligatorio in tutte le scuole.

= Infine, la Giordania, paese musulmano al 97%, non è immune dalla crescente ascesa dell’Islam, soprattutto nella sua forma fanatica. Non si può certo dire che la Giordania è un focolaio dell’Islam duro. Ma è certo che, da molti decenni, sono presenti i Fratelli Musulmani, potenti negli anni ’80 del secolo scorso, in particolare quando i Fratelli Musulmani ebbero accesso al Ministero della Pubblica Istruzione. Essi hanno introdotto pratiche delle quali si soffre ancora oggi. Ma ultimamente, soprattutto dopo il fallimento politico dei movimenti islamici in Egitto e Tunisia, e in particolare a causa del braccio forte esercitato dal Governo, i Fratelli musulmani sono di basso profilo. Il governo è riuscito a dividerli, cosa che li ha indebolito di più.

CRISTIANI SIRIANI IN GIORDANIA

Non parlo dei cristiani di Siria prima del conflitto in corso. Chi conosce questo paese sa bene come i cristiani siriani erano felici e vivevano nel rispetto e nella pace totale. Ma la guerra ha costretto centinaia di migliaia di siriani a lasciare il loro bel paese. Molti sono arrivati ​​in Giordania. Tra loro ci sono anche cristiani. È di questi che voglio parlare.

Il conflitto siriano è scoppiato nel 2011, e continua ancora. I siriani arrivati ​​in Giordania sono circa un milione e mezzo, alcuni nei campi e altri in tutte le città del Regno. La maggior parte dei rifugiati siriani giunti in Giordania vengono dal sud, da zone piuttosto povere e prevalentemente musulmane. Tra questi, 17.000 cristiani hanno attraversato la Giordania. Dico “attraversato”, perché dopo pochi mesi, se ne sono andati quasi tutti in Germania, Australia, Canada e Stati Uniti. Bisogna anche menzionare i 35.000 armeni di Aleppo che il Console Generale d’Armenia ha fatto trasferire, passando per la Giordania, in Armenia. Attualmente (gennaio 2016), rimangono 200 famiglie cristiane siriane in Giordania, in attesa dei documenti per emigrare.

Durante la loro permanenza sul suolo giordano, la Caritas Giordania ha offerto loro tutto: gli affitti, le tasse scolastiche dei bambini, le cure mediche in due ospedali cattolici ad Amman, buoni mensili per il cibo. Il centro pastorale di “Nostra Signora della Pace” ha ospitato decine di famiglie siriane cristiane fino alla loro partenza.

CRISTIANI IRACHENI IN GIORDANIA

I cristiani iracheni in Giordania hanno una storia completamente diversa. Anche loro vivevano nella pace più assoluta, quando uno “tsunami” politico ha colpito il loro paese e li ha sparsi nei quattro angoli del mondo. Parlo della Giordania.

La Giordania ha avuto quattro ondate irachene: nel 1991 dopo la Prima guerra del Golfo; nel 1996, dopo la Seconda guerra del Golfo; nel 2003, dopo la caduta di Baghdad; e nel 2014, dopo la caduta di Mosul e della piana di Ninive. Nelle prime due ondate gli iracheni (musulmani e cristiani) erano benestanti. La maggior parte è partita, mentre altri sono rimasti in Giordania e continuano i loro affari. Alcuni hanno anche preso la nazionalità giordana. Gli iracheni delle ultime due ondate sono poveri, soprattutto quelli arrivati ​​nel 2014 dopo essere stato derubati di tutto. I cristiani iracheni arrivati nel 2003 e registrati dalle Nazioni Unite erano 10.000; quelli del 2014 sono 8.500. Ciò che sembra strano, ma comprensibile, è che nessuno dei cristiani iracheni non considera il ritorno in Iraq, anche se nel paese tornasse la pace. Dicono che sono stati traditi dai loro vicini musulmani che hanno rubato loro le case dopo la loro partenza. Loro non vogliono rimanere neanche in Giordania, dove non hanno il diritto di lavorare. Vogliono partire e basta! Diversi paesi hanno promesso loro il soggiorno, ma è solo di recente che il Canada e l’Australia stanno cominciando ad accettare alcune famiglie nei rispettivi territori (circa 400 persone sono già partite), con la garanzia che vanno presso la chiesa canadese o australiana.

Il governo giordano ha aperto le sue frontiere ai cristiani iracheni, ma è la Caritas Giordania che assicura tutte le cure mediche, la scolarizzazione dei bambini, l’affitto, il cibo ecc. e che li ha accolti in 18 centri delle parrocchie cattoliche per un anno presso le loro sale parrocchiali, prima di assegnare loro degli appartamenti più dignitosi. Nel 2014, la Caritas Giordania ha lavorato con un giro di affari di quasi 30 milioni di dollari. Queste somme provengono solo da alcune Caritas nel mondo: Germania, Stati Uniti d’America, del Vaticano, Danimarca, Francia, Belgio etc. Il 60% di questo importo va al servizio dei rifugiati siriani (di cui solo l’1% sono cristiani), il 20% per i poveri giordani e il 15% per i cristiani iracheni.

Per quanto riguarda l’aspetto religioso, bisogna sapere che i cristiani iracheni arrivati ​​in Giordania appartengono alla chiesa siro-cattolica (la maggioranza) o caldeo e alcuni assiri. Un sacerdote siro-cattolico, un sacerdote caldeo e un terzo assiro seguono ciascuno i propri fedeli. La Chiesa cattolica di rito latino e di rito bizantino ha aperto i suoi luoghi di culto ai fratelli iracheni. Certo, la forte fede dei cristiani iracheni è un esempio per i nostri fedeli giordani.

Finora, i cristiani iracheni vivono giorno per giorno nella speranza di un futuro migliore, un futuro che rimane del tutto da quantificare.

Il mio ultimo punto affronta un problema comune a tutti i cristiani del mondo arabo: il loro futuro.

FUTURO DEI CRISTIANI NEL MONDO ARABO IN GENERE

La grande domanda ora è questa: Qual è il futuro dei cristiani nel mondo arabo? Prima di tutto, vi è un futuro per i cristiani del mondo arabo? La risposta dipende dal livello in cui si pone. Sono un vescovo, e mi sembra normale porre la questione dal livello della fede. So che gli argomenti basati sulla fede resistono alla prova dei laboratori scientifici, ma non sono per tanto meno validi. Che cosa dice la fede di un cristiano arabo? Dice che c’è sempre stata una Chiesa e dei cristiani nel mondo arabo, che ci sono e che sempre ci saranno una chiesa e dei cristiani nel mondo arabo. Dio non permetterà mai che la sua terra (Terra Santa) e l’area geografica (il Medio Oriente) diventino musei. I cristiani arabi hanno sempre circondato i luoghi santi della loro presenza e le loro preghiere, ed è impensabile, sempre con gli occhi della fede, che le pietre vive scompaiano per lasciare spazio alle pietre dei morti. E non c’è altro da aggiungere.

Detto questo, so che non c’è solo il livello di fede. Il livello geopolitico e socio-politico è diverso e può essere meno rassicurante. I cristiani del mondo arabo hanno da affrontare una serie di sfide per continuare ad esistere.

= La prima sfida è il contesto di instabilità sociale e politico in cui i cristiani vivono nel mondo arabo: conflitti, violenza, occupazione, futuro politico incerto, emigrazione forzata, occupazione politica ecc … Il risultato: una mancanza di energia personale e comunitaria per affrontare una vita difficile. E se consideriamo la “tentazione dello straniero” cara a padre Jean Corbon che dice: «I cristiani arabi hanno sempre un occhio all’estero», si capisce l’emorragia dell’emigrazione dei cristiani arabi in diversi paesi. Io do una sola cifra. La percentuale di cristiani palestinesi in Palestina è di 1,2%, mentre la percentuale di cristiani palestinesi nella diaspora è del 10%.

= Un’altra sfida è di natura religiosa. I paesi arabi sono paesi a maggioranza musulmana. Certamente, non si può parlare di persecuzione religiosa attuale – con pochi casi definiti di recente in Iraq -, ma non possiamo dire che l’appartenenza religiosa non abbia alcun effetto sulla vita di tutti giorni, naturalmente a spese dei cristiani. Nei paesi arabi ora, siamo ancora lontani dal parlare della dignità della persona umana, a prescindere dalla appartenenza religiosa.

= Una terza sfida è interna ai cristiani e ha due aspetti. Il primo è comune a tutti i cristiani e riguarda la fede o piuttosto l’appartenenza religiosa. La fede dei cristiani arabi è una fede sociale, comunitaria, ereditata; è una fede che non è mai nata e vissuta come scelta personale e di convinzione. Diverse chiese e sinodi arabi hanno lavorato per anni per aiutare i fedeli a passare da una fede ereditata ad una fede personale. I semi sono stati gettati … il raccolto arriverà un giorno. Inshallah! L’altro aspetto della sfida interna per i cristiani nel mondo arabo, che mette il loro futuro a rischio, è la loro divisione. Chi conosce il nostro paese sa che le nostre Chiese formano un mosaico. C’è in ciò qualcosa certamente di positivo in quanto godiamo di un ricco patrimonio culturale, liturgico, spirituale e dogmatica, ma la disunione delle Chiese è un handicap missionario e indebolisce la testimonianza e soprattutto l’ufficio profetico. Conosciamo la bella espressione di Papa Paolo VI: «Il mondo di oggi accetta più testimoni che i maestri, e se accetta i maestri lo fa perché sono prima dei testimoni».

Alla domanda posta all’inizio di questo paragrafo, se ne aggiunge un’altra: Come garantire la continuità della presenza dei cristiani nei paesi arabi? Il principio è: i cristiani arabi dovrebbero rimanere nella loro casa, il Medio Oriente e il mondo arabo, perché il mondo arabo è il loro spazio di vita, il luogo dove Dio li ha messi per vivere la loro fede e per essere suoi testimoni, il luogo dove vivono per secoli. Come? Attraverso un chiaro, franco e completo inserimento nel mondo arabo. È in questa prospettiva che dobbiamo concepire la presenza dei cristiani nel mondo arabo. Una prospettiva che va considerata da tutti coloro che sono preoccupati per la situazione e il futuro di questi cristiani. La domanda è come? Come aiutare i cristiani del mondo arabo a fare la volontà di Dio e a testimoniare la loro fede in Cristo risorto là dove Dio li ha messi attraverso un disegno della sua Provvidenza? I cristiani nel mondo arabo vivono con i musulmani da oltre quindici secoli. Pur mantenendo la loro fede cristiana, condividono con i musulmani arabi la stessa lingua, la stessa storia, la stessa cultura, lo stesso stile di vita. Si deve sapere – per onorare queste comunità cristiane – che loro hanno nel corso dei secoli affrontato l’ascesa dell’Islam, con realismo e creatività. Sono riusciti a superare questa soglia storica inserendosi poco a poco in questo nuovo mondo che nasceva, anche collaborando allo sviluppo della cultura in tutti i settori. Ovviamente, sarebbe ingenuo pensare che questi quindici secoli di convivenza siano trascorsi senza intoppi, senza alti e bassi, ma nel complesso il risultato non è così negativo come si può immaginare. Ne consegue che la presenza degli arabi cristiani nel mondo musulmano – come croce ma anche come gloria – è inscritta nel profondo dell’essere personale ed ecclesiale dei cristiani arabi. In ultima analisi, e come nel mondo della fede non vi è alcuna possibilità, bisogna vedere nella presenza degli arabi cristiani nel mondo musulmano una volontà di Dio che bisogna accogliere nella fede per trasformarla in vocazione e missione. Anche se questa vocazione / missione deve essere portata con umiltà, povertà, serenità e pienezza di gioia evangelica, dobbiamo ammettere che, in pratica, alcuni dei nostri fedeli subiscono questa vocazione più che assumerla. Si tratta di una reazione istintiva, dovuta alle loro paure, le loro difficoltà, i loro complessi, le loro apprensioni come un gruppo sociale che cerca la sua sopravvivenza, piuttosto che la sua missione / vocazione. Dobbiamo capire questo processo storico e psicologico, ma dobbiamo allo stesso tempo rompere il meccanismo di paura con la forza della fede, perché se la storia, la psicologia e la sociologia incatenano, la fede libera.

CONCLUSIONE

Che dire in conclusione? Il futuro dei cristiani arabi è in gestazione. Erano piuttosto tranquilli prima degli eventi della primavera araba, godevano di una situazione relativamente favorevole e stabile. Demograficamente in minoranza i poteri politici hanno rappresentato per loro una importante garanzia che li proteggeva e ha permesso loro di ottenere una rappresentazione politica e il riconoscimento che è stato fonte di sviluppo religioso, sociale ed economico. Negli ultimi anni, le società arabe stanno vivendo sconvolgimenti che nessuno si aspettava e che hanno irreversibilmente cambiato la società. Tutti sono stati influenzati, compresi i cristiani. Anche in questo caso, è ora di vedere il nuovo volto che presenterà il Medio Oriente dopo tutti questi sconvolgimenti. Tuttavia, devono i cristiani arabi da loro stessi sollevare la sfida della loro presenza, e non fare affidamento in via esclusiva sulle circostanze politiche, favorevoli o meno. Per questo bisognerà sempre lavorare al dialogo interreligioso, all’apertura con gli altri, la convivialità e l’impegno costante nel suolo arabo.

Grazie.

Parigi, 3 febbraio, 2016

Maroun Lahham +