Pages Menu
Categories Menu

Pubblicato il 25 Apr 2016 in Attualità locale, Politica e società, Slide

La costruzione del muro Cremisan: «È la nostra storia che non riusciamo a cancellare»

La costruzione del muro Cremisan: «È la nostra storia che non riusciamo a cancellare»

PALESTINA – Aprile 2016. Mentre le ruspe sono impegnate, nella valle di Cremisan e a Beir Onah, a sradicare ulivi secolari e a piantare le sezioni di calcestruzzo della barriera di separazione, incontriamo in loco il prete della parrocchia latina, p. Aktham Hijazin, accompagnato da Issa al-Shatleh, cristiano di Beit Jala, espropriato della terra.

Il caso Cremisan ha conosciuto più di un colpo di scena. Questa magnifica valle piantata ad ulivi, situata tra Betlemme e Gerusalemme, appartenente al comune di Beit Jala, principalmente abitata da cristiani, aveva subìto una prima serie di confische dopo il 1967 per la costruzione dell’insediamento di Gilo. Da allora, la città di Beit Jala si era ridotta notevolmente. Le costruzioni israeliane in questa regione classificata Area C con gli accordi di Oslo, cioè destinata ad «essere gradualmente trasferito alla giurisdizione palestinese», si è estesa. E i palestinesi sono ancora in attesa.

Il muro di separazione a Cremisan: «Un vecchio progetto»

«La costruzione del muro e l’esproprio di questa valle è un progetto antico», dice p. Aktham, parroco di Beit Jala. «Una porzione di strada era già stata costruita lì nove anni. Al momento, 13 dei nostri dunum* sono stati confiscati. Abbiamo combattuto tutti questi anni». Nel mese di aprile 2015, la Corte Suprema israeliana sembrava aver dato ragione alle famiglie cristiane, difese dalla Società “Saint Yves”, Centro cattolico per i diritti umani del Patriarcato latino. I due monasteri salesiani della valle sarebbero dovuti rimanere sul lato palestinese, ma la sorte che sarebbe stata riservata alle terre restava poco chiara. Issa al-Shatleh, cristiano di Beit Jala, di cui una parte della sua terra era già stata espropriata nel 2004, ammette di non aver atteso “grandi cose” dalla Corte suprema israeliana: «Sappiamo che la Corte legifera ancora a favore dell’occupazione. Ci affidiamo di più alla pressione internazionale, e siamo grati a coloro che si sono mobilitati, ma la pressione è insufficiente altrimenti non saremmo qui».

Lunedi, 6 luglio 2015, la Corte suprema israeliana fa marcia indietro. Alla fine dà il via libera al Ministero dell’esercito israeliano per iniziare la costruzione del muro di separazione nella valle. Nel caldo soffocante dell’agosto 2015, i lavori cominciano. Un’operazione condotta impunemente dalle forze israeliane, a prescindere dai confini stabiliti dalla giustizia internazionale.

«Questa è chiaramente una reazione da parte di Israele a seguito degli accordi tra il Vaticano e lo Stato di Palestina firmati nel giugno 2015», ha dichiarato padre Aktham. «La nuova rotta è ancora peggiore. Entrambi i monasteri saranno annessi a Gerusalemme e ancora di più terreni saranno confiscati. Hanno cominciato a costruire “per ragioni di sicurezza” dicono. Sappiamo che il piano israeliano è in realtà di annettere terre a Gerusalemme e favorire i collegamenti stradali degli insediamenti di Gilo e Har Gilo che si estenderanno».

Quella mattina del mese di agosto, Issa svegliato dai bulldozer, si coinvolse nella catastrofe per tutti gli abitanti della valle. Si reca in fretta nella sua proprietà insieme al fratello e cerca invano di spiegare ai soldati che la terra e gli alberi appartengono a lui e alla sua famiglia per generazioni. Ha chiesto a uno degli ufficiali presenti di mostrargli il documento ufficiale attestante una decisione del tribunale. Nessuna giustificazione gli viene presentata. Lottano, lui e suo fratello, e viene mandato a casa. Padre Aktham, nel frattempo, viene violentemente afferrato al collo da un soldato prima di essere rimosso dal cantiere.

Avete ricevuto un avviso della Corte o dall’esercito? Siete stati consultati? «Walla Ichi». Niente. Issa ricorda con nostalgia i tempi floridi della sua infanzia a Beit Jala. «Oggi, la città non è quello che era. Sembra quasi abbandonata».

Dei 30 ulivi appartenenti a Issa e ai suoi fratelli (6 famiglie per un totale di 25 persone) su una superficie di 4,5 dunum, non ne rimane che uno ai piedi del muro, al quale non potrà mai più accedere. «I suoi alberi hanno bisogno di essere mantenuti con grande cura», dice. «Hanno anche rubato la nostra terra, il suolo, eccezionalmente fertile in questo punto». Issa racconta come la raccolta delle olive aveva permesso alla sua famiglia di produrre ogni anno una quindicina di barili di olio, una media di 270 litri. «Alcuni alberi, del tempo di Cristo, erano così grandi da richiedere due giorni di raccolta. Noi in famiglia impiegavamo dieci giorni di raccolta delle olive. Oggi non abbiamo niente di niente, e dobbiamo comprare l’olio».

Per padre Aktham, come per i cristiani di questa valle, c’è di più degli alberi sradicati o dei terreni loro confiscati. «È la nostra storia che hanno confiscato per farla scomparire, per cancellarla. I nostri ulivi, la maggior parte dei quali hanno migliaia di anni, sono strappati e ripiantati altrove, spesso nelle colonie come a dimostrare che “siamo qui da un lungo periodo di tempo”. Come gli ulivi, i tesori archeologici, tra cui tombe romane e bizantine sono state distrutte».

La battaglia legale è finita. Tutti i rimedi sembrano esauriti. Ancora una volta, l’uso della violenza diventerà legge sulla terra tre volte santa. Che cosa sperare ora questi cristiani? Issa ha un nodo in gola e non può rispondere a questa domanda. «Questa terra, la terra dove è nato il Messia, deve essere la terra della pace. Ogni generazione basa le sue speranze sulla generazione successiva. Ora non abbiamo più nulla da offrire ai nostri figli. La fiamma della nostra speranza è in fase di spegnimento. Prendendo la nostra terra, ci strappano la pace, la speranza, la vita. Queste confische stanno uccidendo il futuro dei nostri giovani qui a Beit Jala, e per sempre cambiano il corso della nostra storia. Hanno rubato la nostra storia, il nostro patrimonio e il nostro futuro».

Quale futuro per questi cristiani di oggi?

«Beit Jala è circondata dal muro e dagli insediamenti, non ha futuro perché non può estendersi», dice padre Aktham. Dei 14500 dunum appartenenti al comune prima del 1967, non ne restano più di 3300 oggi nell’area A, vale a dire sotto il controllo palestinese. 7700 dunum sono stati confiscati dal muro, più della metà. Circa 300 dunum sono stati utilizzati per la costruzione della nuova città palestinese di Doha. Il resto, circa 1200 dunum, sono in zona C: si tratta di terreni rurali e agricoli palestinesi sotto il controllo israeliano, ed Israele rifiuta di rilasciare permessi di costruzione.

Padre Aktham e Issa non riferiscono senza emozione le vicissitudini di questa lunga battaglia. «In un primo momento, dice il padre, abbiamo organizzato molte manifestazioni pacifiche, preghiere, messe ogni venerdì e ogni domenica, e poi ogni giorno, all’intensificarsi dei lavori di costruzione. Ci sono state grandi manifestazioni a Beir Onah, ogni volta brutalmente represse dai soldati israeliani. Molte persone, tra cui donne e bambini, sono stati offesi con gas lacrimogeni e sono stati lasciati in gravi condizioni di soffocamento. I soldati sono saliti sui tetti delle case nella valle, e la gente ha avuto paura. Certi partiti politici popolari o uomini politici più estremi hanno cominciato anche a manifestare facendo uso della forza. Per quanto – allora – ci riguarda abbiamo deciso di smettere di manifestare».

A Beir Onah padre Aktham e Issa guardano i bulldozer al lavoro. Sopra le nostre teste e al muro, un ponte gigantesco collega gli insediamenti di Gilo e di Har Gilo. «Loro – gli israeliani – sono sulla nostra terra, la nostra terra è sotto il tunnel e sopra la nostra terra c’è il ponte … Una porta “agricola” dovrebbe lasciare passare gli agricoltori. Ma quando? A che ora? Non vogliono nemmeno sapere chi sono i proprietari dei terreni e si rifiutano di ascoltare. Ho paura che questa porta rimarrè chiusa». Issa mostra – dall’altra parte del filo spinato – l’unico ulivo rimasto, che lui è condannato a vedere morire, perché non possono dargli le cure necessarie. Ai piedi del muro, un edificio ancora in costruzione ospita una famiglia cristiana. Angelo Abu Sa’ad è nato nel 1960, il padre ha acquistato il terreno nel 1935. Prima la casa domina la valle rigogliosa. «I nostri bambini stavano qui a giocare, ora abbiamo muri di cemento sotto le nostre finestre. I bambini possono a malapena uscire sul pezzo di strada che ci resta. Ci sono le automobili che passano, e abbiamo paura dei soldati che controllano il cantiere della costruzione del muro».

Dopo Cremisan e Beir Onah, padre Aktham e Issa ci portano nella Valle di Makhrour anche essa minacciata. Al-Makhrour, situata in una posizione strategica, potrebbe un giorno essere confiscata e a sua volta annessa al insediamenti Gush Etzion e Har Gilo.

Myriam Ambroselli
Foto: La costruzione del muro nel Cremisan Valle © LPJ / Saher Kawas & Thomas Charriere

* Il dunum è un’unità di misura di superficie utilizzata nei paesi dell’ex-Impero Ottomano per valutare le dimensioni di un campo. In Israele e Palestina, 1 dunum è uguale a 1000 m².

DSC_0015.jpgDSC_0034.jpgDSC_0039.jpgDSC_0067.jpgDSC_0077.jpgDSC_0084.jpgDSC_0085.jpgDSC_0101.jpgDSC_0109.jpgDSC_0128.jpgDSC_0132.jpgDSC_0141.jpgDSC_0167.jpgDSC_0176.jpgDSC_0178.jpgDSC_0188.jpgDSC_0037.jpg