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Pubblicato il 10 Mag 2016 in Diocesi, Notizie della diocesi

Incontro delle ex allieve della scuola di Deir Rafat

Incontro delle ex allieve della scuola di Deir Rafat

GERUSALEMME – Sabato 7 maggio 2016, le suore di Santa Dorotea hanno accolto le ex allieve del loro convitto, e della scuola di Arti e Mestieri, che si tenevano una volta a Deir Rafat. Una Messa, sotto il segno dell’Anno della Misericordia, è stata celebrata per l’occasione da mons. William Shomali. Troverete di seguito anche la testimonianza di suor Estella Fano.

Casa Sacri Cuori, 08.05.2016

A “tavola” non s’invecchia mai!

Alla mensa della parola, infatti, nella condivisione di vissuti e di esperienze, nel lasciarsi investire dall’onda di ricordi sopiti, che riemergono vivi nei loro chiaroscuri, gli anni scompaiono e ci si ritrova bambini o adulti in una dimensione atemporale purificatrice e rigeneratrice, ma è risaputo che è sempre bene “alzarsi da tavola” con un pizzico di appetito.

Così era successo agli ex alunni di Deir Rafat che, dopo tanti anni, il 25 aprile 2015 avevano potuto riabbracciare le loro suore e se n’erano allontanti a malicuore, sul far della sera, con tanta voglia ancora di raccontare e di ricordare momenti di vita consumati assieme. Erano un bel gruppo: un’ottantina, giunti con sorpresa e con entusiasmo da vicino e da lontano.

Consapevoli “dell’appetito” rimasto in loro, anche quest’anno le Dorotee hanno organizzato, il 7 maggio 2016, un incontro a Gerusalemme, in Casa “Sacri Cuori”.

Telefono e posta elettronica in brevi momenti li aveva raggiunti, per informarli del progetto e le risposte erano state solari: che bello ritrovarsi! Sì, sarebbero venuti all’appuntamento, anche con il loro sposo/a e coi loro figli, con una gioia immensa. Purtroppo, però, volere e potere non sempre coincidono. Tutti subito si mobilitarono per ottenere il permesso dalla Security di varcare la soglia di quanto è definito “al di là”, ma bisognò fare i conti con le difficoltà inevitabilmente insorgenti: non tutti i datori di lavoro concessero la giornata libera; non tutti seppero vincere la paura -loro o delle loro famiglie- di affrontare l’imprevisto di fronte a cui il terrorismo, selvaggio e crudele, quotidianamente pone, poiché purtroppo, si sa che serpeggia e di tanto in tanto esplode, generando panico e dolore; non tutti erano in possesso della tessera di riconoscimento magnetizzata che permette di velocizzare la possibilità di ottenere il lasciapassare da esibire al check poit. Per questi e altri imprevisti anche dolorosi il numero dei partecipanti all’incontro è stato più ristretto del previsto, ma comunque coraggioso e incoraggiante: una cinquantina circa di persone provenienti dalla Galilea del Nord, dalle zone occupate (Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, Ramalla, Abud…) dalla stessa Gerusalemme; tante di loro mamme anche di famiglie numerose. Qualcuno ha portato con sé i figli, altri ha provveduto di lasciarli, benché piccoli, in custodia a qualche parente; altri, per la prima volta, s’è avventurato da solo negli imprevisti di un viaggio: impagabile la libertà di una giornata per ritrovare “il filo rosso” della propria vita.

Occhi ridenti carichi di riconoscenza, lacrime liberatorie, strette di mano e abbracci calorosi hanno, poi, cancellato e ripagato le fatiche affrontate da una parte e dall’altra per realizzare l’incontro. Dopo il momento di accoglienza personale da parte delle suore (le loro “mamme” di un tempo ed ora “nonne”), gli ex-Deir Rafattini si sono riuniti per un momento di riflessione sull’Anno della Misericordia. Suor Seba, che ha guidato la riflessione ha sottolineato il significato del Logo, ove colpiscono, nei due volti accostati (l’uno di Dio, l’altro dell’uomo salvato) tre occhi, anziché quattro, perché, nel punto di contatto dei volti, l’occhio dell’uomo si fonde e scompare in quello di Dio. Così è, infatti: nell’uomo redento è Dio che vive e i suoi occhi non possono più essere i suoi, capaci di rancore e di male, ma diventano quelli buoni di Dio, che ti guardano con amore, anche quando il tuo cuore è ferito. Sulla grandezza del perdono ha offerto una calorosa riflessione S. E. mons. William Shomali, che con tanta disponibilità e gioia ha partecipato all’incontro e ha celebrato la S. Messa, resa viva dalla partecipazione attenta e dai canti. Mons. Shomali ha sottolineato la difficoltà di perdonare, perché il perdono è un dono che viene dall’alto e non può essere istintivo. Ci vuole la volontà di perdonare e la preghiera per riuscirci. E’ per noi più facile essere come il debitore condonato da un grosso debito, che, a sua volta, nega il suo perdono a chi gli è debitore di un nonnulla, ma questo comportamento non ci rende né liberi né gioiosi. Gesù inchiodato sulla croce dice: “Padre, perdona loro…” e giustifica i suoi crocifissori, dicendo: “non sanno quello che fanno”! Noi siamo chiamati a seguire l’esempio di Gesù. Dobbiamo avere apertura e comprensione nell’andare incontro al fratello e nel dialogare con lui con tranquilità, senza usare violenza, che non ha fine.

Un momento davvero “unico” e speciale è stata la possibilità di accostarsi al Sacramento della Riconciliazione, per cui lo stesso mons. Shomali s’è reso disponibile. Gioia immensa che esplode in pianto quello di ritrovare l’abbraccio di Dio, che ti dice “Va’ in pace”!

Uno dei momenti più graditi è stato il pranzo, dove la grande protagonista è stata la pastasciutta col ragù all’italiana: sapore specialissimo, che ha evocato alla memoria di tutti altri luoghi e altri tempi, quando, sudati per il gioco o stanchi per lo studio, si giungeva affamati alla mensa e si trovava quel buon piatto profumato, che solo le loro suore sapevano preparare così saporito!

E “abuna orso”? che nostalgia di lui, il sacerdote pastore, che aveva l’odore delle sue pecore, don Giacomo Capra, a cui, piccole, saltavano in braccio o che, orgogliose e liete, aiutavano, porgendogli qualche attrezzo, mentre realizzava qualche lavoro. Egli è ancora lì, a Deir Rafat, che riposa in quella terra, in quel luogo che ha tanto amato, sepolto di fronte alla casa, quasi ad esserne per sempre il custode.

Il tempo è volato a rimirare le foto esposte, dove hanno ritrovato la continuità della loro vita, ma un’unico unanime rammarico, quello di non aver potuto realizzare l’incontro proprio a Deir Rafat, nella loro amata casa della fanciullezza e dell’adolescenza, dove le pareti stesse della casa potrebbero raccontare le burrasche felicemente superate, grazie a quegli “Angeli Custodi”, che il Signore ha posto sulla loro sassosa via, per esserne presi per mano e condotti oltre, verso quell’orizzonte dove ancora il sole splende.

Nell’andarsene, molti hanno lasciato un messaggio; tra i più significativi è un bigliettino con un cuore disegnato da una loro bambina, e un altro, che è voce di molti, in cui è scritto: “Mia seconda famiglia, la più bella e la più cara al mio cuore! Vi amo tanto, Suore, e vi ringrazio con tutto il cuore per quello che avete fatto. Desidero che l’incontro si ripeta ogni anno, a Deir Rafat”!

Un po’ di storia

La prima volta in cui le Dorotee del Farina misero piede in Terra Santa fu nel 1927, chiamate da S.B. il patriarca Luigi Barlassina, per l’orfanotrofio maschile, dove era in vista di aprire una scuola di arti e mestieri, a Deir Rafat, nei pressi di Beit Shemesh, in Giudea (l’antica Filistea); e la loro presenza fu ivi ininterrotta fino al 2009[1].

Furono ottandadue anni di lavoro indefesso, in cui le suore spesero la loro vita, attraverso l’evolversi di eventi spesso turbinosi. Perfino in tempi di guerra, tuttavia, (la seconda guerra mondiale, la guerra del Golfo, le continue guerre arabo-israeliane, la “prima” e la “seconda” Intifada), sotto il tiro delle bombe, queste Dorotee si manifestarono religiose tetragone, assidue nei loro impegni di servizio e di preghiera, coerenti.

Mons. Barlassina le aveva chiamate a Deir Rafat perché facessero da madri a degli orfani, ma esse, per l’evolversi degli eventi, si trovarono a dover far da madri a tanti religiosi, prigionieri di guerra, a dover servire l’esercito, a lavorar la terra, ad accudire il bestiame.

Partite libere dalla loro patria, si trovarono ad essere prigioniere di guerra nella terra di missione, in cui erano state mandate; e dovettero confrontarsi con difficoltà immani, a cui nessuno se non il loro buon senso e il loro fiducioso abbandono nella Provvidenza, le aveva preparate.

In ogni evento, tuttavia, il loro leitmotiv fu: offrire tutto “per Amore del Signore” e contribuire con la propria offerta di preghiera e di sacrificio al “riscatto” del Cenacolo: così era stato loro chiesto dalla loro madre generale suor Azelia, nell’inviarle in Terra Santa e così continuarono a fare nello scorrere del tempo, fedeli a tale richiesta.

Dal 1927 al 1940, periodo del mandato inglese, la loro attività si impernia principalmente attorno all’orfanotrofio e all’attiguo santuario di Maria Regina di Palestina, opere entrambe volute da S. B. mons. Barlassina.

Nel 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, gli Inglesi divennero “nemici” e le suore italiane, divenute prigioniere, furono internate fino al 1943, in base all’andamento degli eventi bellici. Solo nel 1945, terminata la guerra e riottenuta la piena libertà, esse poterono far ritorno “alla vita normale”, ma a Deir Rafat iniziò per loro un trentennio “agricolo”. Essendo, infatti, tutto da ricostruire, nell’attesa della ricostruzione, furono impegnate nel duro lavoro della campagna.

Nel 1975, terminati i lavori di ristrutturazione, l’opera educativa ripartì: non più l’orfanotrofio, ma la St. Mary’s School, una scuola con internato, dove poterono essere accolti bambini della zona, arabi e beduini: alcuni esterni, appartenenti a tutti i riti: greco-cattolici, greco-ortodossi, cristiani latini e musulmani, dal momento che nei dintorni di Deir Rafat non c’erano scuole arabe; altri interni, provenienti dalla Galilea, dalla Samaria e dalla Giudea, di famiglie cristiane per vari motivi disagiate.

La St. Mary’s School funzionò fino al 2004: circa trent’anni “felici”, benché intrisi di sacrificio.

Dal 2004, anno di chiusura della scuola, al 2009, quando le suore Dorotee furono ritirate dall’Opera, Deir Rafat divenne principalmente meta di pellegrinaggi, grazie al santuario di Maria Regina di Palestina, conosciuto e amato da Musulmani, Ebrei e Cristiani e luogo di accoglienza per ritiri spirituali o momenti ricreativi per gruppi di giovani, seminaristi, scouts o altro.

Oggi Deir Rafat non è più orfanotrofio, non è più luogo di accoglienza per i figli di famiglie in difficoltà né scuola per i Beduini; non è più Santuario aperto a pellegrini e a visitatori ebrei, cristiani e musulmani: dal 2009 accoglie le Monache dell’Assunzione e di San Bruno, che hanno un ruolo e una storia diversa a cui adempiere.

suor Estella Fano

f. SS. Cuori

Gerusalemme, 8 maggio 2016

 

[1] Per una storia dettagliata di quest’opera, cfr. Estella Fano (suor), Sulle orme del passato, cifre d’Amore

Deir Rafat 1927-2009: Primo luogo di missione in Terra Santa per le suore Doroteedel Farina”, Stamperia del Patriarcato Latino – Gerusalemme, Beit Jala 2014.

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