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Pubblicato il 25 Giu 2016 in Amministratore Apostolico, Diocesi, Discorsi e interviste, Notizie della diocesi, Slide

P. Pizzaballa, nuovo Amministratore Apostolico : “Vogliamo guardare al futuro della nostra Chiesa con fiducia e con speranza”

P. Pizzaballa, nuovo Amministratore Apostolico : “Vogliamo guardare al futuro della nostra Chiesa con fiducia e con speranza”

 

INTERVISTA – Nominato da papa Francesco Amministratore Apostolico del Patriarcato latino, venerdì 24 giugno 2016 fino alla nomina di un nuovo Patriarca, padre Pierbattista Pizzaballa, ex Custode di Terra Santa per dodici anni, parla di questa nomina a sorpresa ed evoca le prossime sfide che lo attendono.

Con quale stato d’animo ha appreso di essere stato scelto per l’ importante e delicato incarico che Le è stato affidato? Come affronterà la Sua nuova missione?

Ho appreso questa nomina con sorpresa e stupore. Mi ero messo in animo che per un po’ di tempo almeno sarei stato lontano dalla Terra Santa. Invece con mia sorpresa sono stato richiamato a servire un’entità, quella del Patriarcato Latino, ricchissima e vivacissima, che cercherò di conoscere da una prospettiva nuova.
Come ho potuto esprimere anche ai superiori della Santa Sede, c’è in me trepidazione e preoccupazione, perché sono cosciente dei miei limiti personali. Sono inoltre anche cosciente che molti si faranno tante domande.
Cercherò di custodire tutto ciò nel mio cuore, cercando di comprendere come far crescere la vita della Chiesa in questa particolare circostanza.
Allo stesso tempo sono anche cosciente che devo superare le mie paure e i miei complessi. Come dice San Paolo, (2Cor 12, 9-10) “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo…. infatti quando sono debole, è allora che sono forte”.

Quali sono le prime parole che vorrebbe rivolgere ai fedeli della Comunità cristiana latina di Terra Santa?

Speranza, fiducia, coraggio. Vogliamo guardare al futuro della nostra Chiesa con fiducia e con speranza, certi che il Signore ci sostiene e ci accompagna. Dobbiamo e vogliamo essere una chiesa che entra dialogo con tutti e che in una Terra lacerata da divisioni di ogni genere, vuole essere un piccolo segno di unità.
Le nostre piccole paure non devono diventare il metro con il quale misurare la vita della Chiesa. Vogliamo invece guardare questa nostra porzione di Chiesa con gli occhi dello Spirito, capaci di vedere la vita e costruirla anche nelle situazioni più difficili.
Dio ha bisogno di strumenti poveri come noi perché si manifesti attraverso di essi la grandezza del suo amore.
La Chiesa, la nostra Chiesa, deve avere un respiro grande, che sappia andare oltre, vedere sempre un “di più”, e testimoniare la propria appartenenza a Gesù.

Secondo Lei quali potrebbero essere le sfide più significative del Suo mandato?

È ancora presto per definire specificamente le sfide che mi aspettano. Sono cosciente che, come Amministratore, avrò un periodo di tempo limitato e si dovrà quindi misurare con realismo il servizio da compiere. È per me evidente che non potrò fare nulla da solo, ma che la collaborazione di tutta la Chiesa, vescovi, sacerdoti e laici, sia prioritaria. Credo che il mio compito sia quello di aprire la strada, come Giovanni il Battista. Cercherò di creare subito un contatto con il clero locale, che è l’anima della diocesi, il seminario e la numerosa presenza religiosa. Ascoltare la vastità del territorio della diocesi, le sue complessità. Entrare dentro le situazioni, con umiltà e rispetto, e cercare di individuare insieme vie di soluzione.

Come vede la situazione della Terra Santa, segnata da conflitti tanto profondi quanto complessi, e qual è secondo lei la vocazione della Chiesa Madre di Gerusalemme in questa Terra lacerata?

Come dicevo, in un territorio ferito da divisioni e conflitti, è prioritario essere innanzitutto un segno di unità, tra noi e con le altre comunità cristiane. Essere poi in dialogo franco e amichevole con le comunità religiose musulmane ed ebraiche.
È importante cercare di capire le situazioni complesse, senza avere fretta di giudicarle. Avere un cuore desideroso di incontrare tutti. Lavorare serenamente con tutti, senza distinzione e senza paura, per la giustizia e la pace.
Coscienti che la soluzione dei problemi che affliggono il Paese è lontana, vogliamo insomma stare dentro questa situazione con il nostro stile cristiano: sereno, senza paure, caparbiamente desiderosi di accogliere chiunque.

 

A cura di Myriam Ambroselli