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Pubblicato il 12 Ago 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 14 agosto

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 14 agosto

 

14 agosto 2016

XX Tempo Ordinario, anno C

 

 

“D’ora in poi…” (cfr. Lc 12, 52), dice Gesù nel Vangelo di oggi.

E dicendolo esprime la coscienza forte di chi sa che la sua venuta nel mondo genera come uno spartiacque, per cui è evidente che c’è un tempo che si conclude ed un altro che si apre. C’è un prima e c’è un poi.

“D’ora in poi…”. Noi ci aspetteremmo: d’ora in poi le cose andranno meglio, d’ora in poi tutto sarà sistemato, d’ora in poi ci sarà pane per tutti, uguaglianza, giustizia, pace… Ma non è così. Gesù non ci tranquillizza, non ci illude con false promesse: non ci deresponsabilizza.

Queste false promesse sarebbero il programma ammiccante di certe politiche, oppure le potremmo rintracciare nelle parole di un esperto di menzogna come il diavolo: nel Vangelo delle tentazioni (Lc 4,1-12), il diavolo promette a Gesù che d’ora in poi le cose potrebbero andare diversamente: il benessere, il successo, il potere, la sicurezza, potrebbero davvero essere a portata di mano, facilmente accessibili, per tutti… Ma non è questo il “d’ora in poi” di Gesù.

Anzi, paradossalmente, Gesù sembra dire che d’ora in poi le cose andranno addirittura peggio! C’è come un legame di necessità tra il nuovo che si sta aprendo e l’esperienza del dolore, del dramma, della violenza. E sembra che questi elementi di divisione e di rottura non siano un’eccezione, ma i tratti costitutivi del tempo della storia, d’ora in poi

Non è l’unica volta che accade questo, nei Vangeli. In un altro passo, sempre nel Vangelo di Luca (16,16), Gesù dice così: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi”. Anche in questo caso, è evidente che si sta aprendo un tempo nuovo, in cui lo spartiacque è Giovanni il precursore; e anche in questo passo il tempo nuovo è inaugurato da uno sforzo, da una fatica. E per dire forse la stessa cosa, nel Vangelo di Giovanni Gesù parla di questo tempo come di un parto (Gv 16,21).

Ma cosa vuol dire Gesù?

Evidentemente i problemi, le divisioni, le incomprensioni c’erano già prima che Lui venisse, anzi, sembrano accompagnare l’uomo fin dall’inizio del suo cammino sulla terra. Tutto questo c’era già, e non è questa la novità portata da Gesù.

Quello che Gesù vuol dire è che la Sua venuta non solo non elimina la divisione, ma anzi ne crea una nuova, più profonda, capace di raggiungere ciascuno fin nei suoi legami più intimi e sicuri, quelli familiari (vv.52-53).

Perché dentro una stessa famiglia, potrà accadere che per qualcuno il Vangelo sarà la cosa più preziosa, e per altri lo stesso Vangelo sarà visto come il nemico numero uno, da eliminare.

Per qualcuno il Volto del Padre, annunciato da Gesù, sarà fonte di salvezza; per altri sarà solo motivo di scandalo.

Certo non lascerà indifferente nessuno.

Anche ai tempi nostri, non è raro vedere quanto l’irruzione del Vangelo sappia generare situazioni in cui ci si espone alla sofferenza, alla solitudine e al rifiuto. Dai primi martiri fino ad oggi, il Vangelo causa divisione e rifiuto. Pensiamo, ad esempio, ai tanti nostri fratelli cristiani ancora oggi perseguitati per il solo fatto essere cristiani, cioè di Cristo, nel Medio Oriente, in Asia, in Africa e in tante località conosciute e meno.

È una lotta, che comincia dentro di noi, dove il vecchio e il nuovo si fanno guerra, e non si può sperare di salvare e l’uno e l’altro: chi entra in questo “d’ora in poi” deve assumersi questo rischio… E siamo invitati a stare dentro questa frattura con lo stile del Signore.

Questo stile lo possiamo intravedere nei primi versetti del Vangelo di oggi (vv. 49-50), dove Gesù descrive la sua missione con due bellissime immagini, quella del fuoco e quella del battesimo.

Non è facile capire cosa Gesù abbia voluto dire esattamente, ma è chiaro che si riferisce alla sua Passione.

Noi ci fermiamo brevemente sui verbi che usa: Gesù è venuto a portare un fuoco; ed è venuto a ricevere un battesimo.

Sono due azioni, due atteggiamenti, due modi necessari al compimento della salvezza: il primo è attivo (Gesù getta il fuoco) e verso di esso si sente fortemente attratto (Lc 12,49); e il secondo è passivo (Gesù si lascia sommergere), e questo lo angoscia profondamente (Lc 12,50).

Gesù li vivrà entrambi: porterà il fuoco dello Spirito, dell’amore, della presenza di Dio sulla terra.

E poi si lascerà annientare dalla morte, dalla violenza disumana dei suoi stessi fratelli, senza salvare la propria vita ad ogni costo, ma donandola per tutti.

Così – e solo così – il Signore ci salva, lasciando che nella sua vita e nella sua morte questi due movimenti non siano più separati: anzi, il fuoco che Gesù porta, si compie proprio mentre l’acqua della violenza e della morte lo sommerge.

E questo vale anche per noi: è perdendo la vita per amore che si accende il fuoco sulla terra.

Quando, dunque, il mistero del male viene allo scoperto e sembra annientare tutto, proprio lì, se vi si entra con la fiducia dei figli, si compie un mistero più grande, si compie il giudizio di Dio sull’uomo, ed è un giudizio di salvezza e di misericordia.

Insomma, d’ora in poi, chi segue il Signore, chi vive il Suo Vangelo, dovrà passare con fiducia attraverso la morte, e vedrà accadere la vita; attraverso la separazione, e vedrà accadere l’unità.

+ Pierbattista