Pages Menu
Categories Menu

Pubblicato il 2 Set 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 4 settembre

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 4 settembre

4 settembre 2016

XXIII Tempo Ordinario, anno C

 

Nel linguaggio biblico, amare non riguarda tanto – o solo – l’ambito affettivo; amare è qualcosa di più, di diverso, è un esperienza che lega la propria vita ad un altro.

Non significa solo provare dei sentimenti, ma piuttosto entrare nella logica di un legame con una persona alla quale si riconosce l’autorità di abitare nella propria vita, alla quale si lascia spazio dentro di sé.

Per questo, amare cambia in profondità l’esistenza, ridisegna un’identità: tu non esisti più senza l’altro.

Basta pensare all’espressione di S. Paolo – riportata nella lettera ai Galati – in cui S. Paolo parla così di sé: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me.” (Gal 2,20).

L’amore è un’esperienza per cui colui che ami “ti vive dentro”, e tu diventi memoria dell’altro in te.

In questo modo la vita diventa ascolto, obbedienza, fedeltà.

Se non comprendiamo questo, diventa difficile comprendere a fondo il brano del Vangelo di oggi.

Gesù sta parlando alla folla che lo segue e per due volte (v. 27, 33) spiega che questi suoi insegnamenti riguardano il cammino per diventare suoi discepoli.

E perché si possa diventare suoi discepoli, il Signore ridisegna l’ordine delle relazioni, dicendo che non può seguirlo chi non lo ama più di quanto ami il padre, la madre, gli altri familiari, ma anche chi non lo ama più di quanto ami se stesso.

Spesso le traduzioni traducono questo passaggio del Vangelo con l’espressione “non amare di più” (Chi non mi ama più del padre o la madre… Non può essere mio discepolo). In realtà nel Vangelo c’è un’espressione più forte: odiare (Chi non odia il padre o la madre… non può essere mio discepolo)…).

È un termine forte, che ci interpella: cosa vuol dire Gesù?

Poniamo due premesse.

La prima viene dal contesto in cui si trova il brano: nel paragrafo precedente (Lc 14, 15-24), Gesù racconta la parabola di quegli invitati a nozze che non accettano l’invito, adducendo pretesti legati ai loro legami familiari, o al proprio lavoro: mi devo sposare, devo provare dei buoi, devo vedere un campo…

Così questi invitati, troppo presi dai propri affari e dai propri affetti, non entrano alle nozze, perché amano più le loro cose di colui che li ha invitati.

La seconda la deduciamo dalla logica che anima il Vangelo in generale: è evidente che Gesù non perde mai l’occasione per annunciare – e vivere – uno stile nuovo di amore, gratuito e incondizionato, per tutti.

E, scorrendo il testo, vediamo che il verbo “odiare” nei Vangeli è usato fondamentalmente in due modi: o per essere superato (“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano…” Mt 5,43-44), oppure al passivo, per dire l’ostilità di cui i discepoli saranno oggetto (“sarete odiati da tutti a causa del mio nome” Lc 21,17).

È evidente che Gesù non chiede di odiare nessuno, anzi.

Ma il fatto che Luca utilizzi questo verbo vuole dirci qualcosa, e ci parla della radicalità assoluta che l’incontro con il Signore esige dalla nostra vita: il suo amore, quando irrompe nel cuore di una persona, non può che diventare l’evento centrale, il riferimento ultimo, ciò che illumina e dà senso a tutto il resto. Non una cosa fra le altre…

E non può che essere così.

Nessun altro legame potrà mai avere lo stesso spessore, non potrà mai essere “tutto”. Solo l’amore di Dio sarà assoluto: se qualcun altro prenderà il suo posto, sarà un idolo che mi legherà a sé e mi renderà schiavo.

Allora si tratta di riconoscere il legame con Lui come il primo, come quello che plasma continuamente la nostra identità, come l’unico capace di dare veramente vita; e, quindi, di metterlo a fondamento della propria esistenza, di fare una scelta radicale della sua persona, assumendone in pieno il pensiero, i sentimenti, i valori; assumendone la “logica capovolta”, fino ad essere crocifissi con Lui, come dice S. Paolo.

Per questo Gesù aggiunge proprio qui l’invito a prendere la propria croce: per croce non intende tanto il carico di sofferenza che la vita porta con sé, quanto uno stile di amore che sappia rinunciare a possedere l’altro, che rinunci ad ogni pretesa che l’altro ti riempia la vita, un amore che sia gratuito.

Amare così è lasciarsi ferire, è rimanere in un vuoto, in un’attesa, in una sospensione: è un amore crocifisso.

Amare così crea uno spazio libero e aperto dentro di sé, capace di amare tutti: ed è proprio questo che il Signore vuole per noi, che ci apriamo all’esperienza di un amore più grande.

Ma questo è impossibile alle nostre forze, perciò Gesù racconta due parabole, quella dell’uomo che vuole costruire una torre e quella del re che parte per la guerra.

Entrambi, per intraprendere la loro impresa, è bene che verifichino se hanno la capacità di portarla a compimento.

Ma il paradosso delle parabole sta nel fatto che per affrontare l’impresa non devono tanto abbondare di mezzi, quanto esserne privi: per seguire il Signore, per amare come Lui, è necessaria “solo” quella povertà di cuore che fa spazio al Signore, che a Lui affida il proprio amore. Tutto il resto sarà donato in più.

Come questo impossibile sia divenuto realtà, lo vediamo nella vita di Madre Teresa di Calcutta, che oggi sarà canonizzata da Papa Francesco a Roma: chi si lascia afferrare e possedere dall’amore di Cristo, libera il cuore da ogni attaccamento che rende piccola la vita, ed entra in una famiglia allargata, infinita.

Riceve il centuplo in fratelli, sorelle, figli, case, e si fa strumento di salvezza per coloro che non hanno fratelli, sorelle, figli, case…

Come per quell’uomo in fin di vita, trovato nelle fogne ai margini della città, che le sorelle di Madre Teresa raccolgono. Lo portano a casa, lo lavano, lo vestono, lo curano. E lui, prima di morire, dice così: “Sono sempre vissuto come un disgraziato, muoio come un re”.

Così ama chi si apre all’esperienza di un amore crocifisso.

+ Pierbattista