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Pubblicato il 8 Set 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 11 settembre

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 11 settembre

 

11 settembre 2016

XXIV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Il brano del Vangelo di oggi è lungo e vi è quindi la possibilità di leggere anche la forma breve. Il brano intero comprende tutte le cosiddette tre parabole della Misericordia, che si concludono con la parabola del Padre Misericordioso, appunto, conosciuta anche come la parabola del figliol prodigo. Si può leggere solo la prima parte che include solamente la parabola della pecora perduta e della dracma perduta. Noi le pensiamo tutte e tre.

Il contesto in cui nascono queste parabole è precisato nei primi due versetti (Lc 15,1-2) del brano del Vangelo di oggi: i farisei, vedendo come tutti i pubblicani e peccatori si avvicinano a Gesù, mormorano tra di loro riguardo a questo atteggiamento poco conveniente del maestro.

“E Gesù disse loro questa parabola” (una parabola, al singolare). In realtà, di parabole Gesù ne racconta tre, ma per l’evangelista è una parabola sola, perché tutte e tre ci presentano l’unico volto di Dio. Di quest’unica parabola, di quest’unico Volto, cogliamo alcuni tratti.

Iniziamo dal verbo “perdere”: un pastore perde una pecora, una donna perde una dracma, un padre perde un figlio. “Perdere” è ripetuto 8 volte nel racconto (v. 4,4,6,8,9,17,24,32). Questo ci ricorda che la realtà dell’uomo è una realtà che incontra spesso la possibilità di perdersi. Perdersi non è inteso qui in termini morali, di depravazione, di peccato: questa, semmai, è una conseguenza. Ci perdiamo quando dimentichiamo a chi apparteniamo. Per stare all’immagine del Vangelo, ci si perde quando la pecora non appartiene più al pastore, la dracma alla donna, il figlio al padre.

Ci perdiamo quando ci allontaniamo dalla relazione che ci fa vivere, come il figlio minore che, lontano da casa, muore di fame. Vorrebbe saziarsi delle carrube dei porci, ma nessuno gli dà nulla (15,16); e non perché tutti siano cattivi, ma perché nessuno, se non il padre, può dare la vita.

Perdersi, dunque, è una possibilità contemplata per ogni uomo, ma questo non è mai l’esito definitivo; non perché da solo, con le proprie forze, l’uomo possa ritrovare la strada dell’appartenenza, ma perché per l’uomo esiste la possibilità di essere ritrovato. E se “perdere” è ripetuto 8 volte nel racconto, anche il verbo “trovare” è ripetuto 8 volte (v. 4,5,6,8,9,9,24,32). Potremmo dire, in un certo senso, che nelle parabole della Misericordia tutti sono ritrovati e nessuno è perso. Ciò scandalizza i benpensanti e a ragione.

Perché il pastore, per trovare la sua pecora, è costretto in qualche modo a “perdersi” anche lui, a frequentare i luoghi della perdizione, ad andare nei luoghi della lontananza, lì dove la pecora si è smarrita. Sarebbe inutile cercarla altrove!

Per ritrovarci, il Signore “si perde” anche lui, si sporca della nostra terra, si fa solidale. Viene lì dove siamo noi. È ciò che fa Gesù nel Vangelo, scandalizzando i farisei (1-2).

Ce lo ricorda anche la lettera agli Ebrei (13,20):”Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore”. Il Pastore grande delle pecore, Gesù, è sceso nei luoghi della morte, ma non è rimasto lì: il Dio della pace lo ha ricondotto a casa, in virtù del sangue di un’alleanza – di un banchetto di festa.

Allora, se questo è vero, ogni nostro perdersi è carico di una speranza e di una promessa singolare. Perché solo chi è perso può fare l’esperienza di essere ritrovato. L’unica condizione, quella che ci scandalizza davvero, è il riconoscersi bisognosi di una salvezza compiuta in quel modo, cioè nel riconoscersi grati a un Dio che viene a cercarci proprio lì dove ci siamo persi. L’unica condizione per lasciarci trovare, insomma, è il riconoscere di essere persi.

Il verbo perdersi, come dicevo, è usato in questo brano otto volte, ma in un caso le versioni moderne non traducono letteralmente. È al versetto 17, quando il figlio minore rientra in se stesso e dice così: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, e io qui sono perso nella fame”. Di solito viene tradotto con: “sto morendo dalla fame”. Ad un certo punto, insomma, ancora in modo confuso, il figlio riconosce di essersi perso, e lo riconosce da un sintomo inequivocabile: la fame. A prescindere comunque da questa o quell’espressione, il figlio minore prende coscienza di esseri perso e inizia a rileggere in maniera diversa anche al sua vita precedente.

E da quella presa di coscienza inizia il suo cammino di salvezza, che sarà ancora lungo e porterà via via alla scoperta di un padre diverso da come lo aveva sempre pensato. Quel versetto, quella presa di coscienza, apre il passaggio al ritrovamento, e rende possibile tutto il resto. E tornato a casa, la sua fame troverà non soltanto del pane, ma un ricco banchetto di festa.

Se la fame è assenza di relazione, il ritrovarsi è una festa, l’unica vera festa possibile.Non è un caso che anche per noi oggi la relazione più profonda e più vera che noi viviamo è data in un banchetto, in una cena, l’Eucarestia. Dunque, è questo riconoscersi persi che fa la differenza. Differenza dal figlio maggiore, che non sa di essere perso anche lui, pur essendo rimasto sempre in casa, ossequioso e obbediente.

Colpisce che anche lui parli di fame, di un cibo non giudicato sufficiente: “Tu non mi hai mai dato un capretto per far festa” (v.29).

In casa del padre, il figlio maggiore mangiava ciò che si era meritato, ciò che aveva guadagnato, come un servo qualsiasi. E questo cibo non poteva evidentemente nutrirlo, perché era un figlio e non un servo; e il pane dei figli non può essere che gratuito.

Ma, a differenza del fratello più piccolo, lui non riconosce di essersi perso, anzi, accusa il padre di non essere abbastanza generoso: “Tu non mi hai mai dato…”. Così il figlio maggiore rimane fuori, mentre quello minore entra dentro.

Abbiamo sentito queste espressioni, fuori / dentro, qualche domenica fa (Lc 13, 22-30), quando il Vangelo parlava di una porta stretta: attraverso di essa, ci entrava solo chi veniva da lontano, come il figlio minore; ma chi pensava di essere già dentro, è rimasto fuori…

Dentro c’è la festa. E la parabola della misericordia sottolinea che la fa innanzitutto chi ritrova, cioè il pastore, la donna, il padre: è la festa di Dio, la festa per una relazione finalmente ristabilita, senza la quale neanche il Signore sembra poter vivere.

+ Pierbattista