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Pubblicato il 21 Set 2016 in Amministratore Apostolico, Discorsi e interviste, Slide

Discorso di mons. Pizzaballa per il suo ingresso a Gerusalemme – 21 settembre 2016

Discorso di mons. Pizzaballa per il suo ingresso a Gerusalemme – 21 settembre 2016

 

Carissimi fratelli e sorelle,

vi ringrazio di essere giunti qui numerosi dalle diverse parti della Terra Santa.

Saluto in particolare

Sua Eminenza il Cardinale O’ Brien,

I Responsabili delle Chiese Cattoliche,

I Responsabili delle Chiese Cristiane,

Le loro eccellenze I Consoli Generali, la Delegazione Palestinese

I Sacerdoti, I Religiosi e le Religiose

Il Seminario di Beit Jala e della Domus Galilaeae

Il Coro del Magnificat,

Tutte le Parrocchie,

Gli amici,

Ho già ribadito in diverse occasioni la mia sorpresa e gratitudine per quanto sta avvenendo a me personalmente a alla Chiesa di Gerusalemme, per questa decisione del Santo Padre.

Sufficit tibi gratia mea” (2Cor 12, 9). Ho scelto di vivere alla luce di questo passaggio biblico il nuovo servizio che mi è stato chiesto. Tutto è grazia, disse un famoso scrittore. È grazia soprattutto la quotidiana coscienza della mia debolezza e del mio limite, vera porta aperta attraverso cui fino a questo momento è passata la misericordia di Dio.

E nonostante le mie debolezze, mi stupisco di vedere come il Signore ugualmente, passa, visita, mi attraversa con la sua opera.

Ho incominciato il mio servizio nel giorno in cui la Chiesa commemorava la nascita di Giovanni il Battista e ispirandomi alla sua figura ho pensato l’inizio del mio ministero come un “Preparare la Via…. Vie aperte, spianate, libere da tutto ciò che ostacola l’incontro con Lui e tra di noi”. E aggiungevo: “vorrei che ripartisse da Gerusalemme… per noi e per tutta la Chiesa, la capacità di incontrarci e di accoglierci gli uni gli altri, costruendo strade e ponti e non muri”.

Non posso che ribadire nuovamente questa volontà. Accogliere, ascoltare, discernere e, insieme, orientare il cammino della Chiesa per i prossimi anni.

So che non sarà facile. Non sono ingenuo. Dopo la gioia della trasfigurazione, c’è la discesa dal Monte, nella vita ordinaria e quotidiana, con il suo carico di gioie certamente, ma anche di problemi, sofferenze e divisioni. E a Gerusalemme, e più in generale in Terra Santa, le divisioni non mancano. E sono dure, feriscono nella nostra vita quotidiana. Lo costatiamo continuamente: nella vita politica e sociale, con un conflitto politico che sta logorando la vita di tutti, nella dignità offesa, nella mancanza di rispetto dei diritti basilari delle persone; le vediamo anche nelle relazioni intra-religiose, tra le nostre chiese e non di rado anche all’interno delle nostre rispettive chiese. Il diavolo, che è all’origine delle divisioni, sembra avere preso casa a Gerusalemme.

Ebbene, proprio in questo contesto così difficile e che non ci permette di farsi illusioni, siamo chiamati ad essere Chiesa, cioè a dare la nostra testimonianza di unità. Qui, in questo contesto lacerato e diviso, insomma il primo annuncio da dare è l’unità, che comincia da noi, all’interno della nostra casa.

In questo contesto ringrazio il Patriarca Greco Ortodosso di Gerusalemme, per la sua partecipazione, attraverso un delegato, alla mia consacrazione episcopale e fin da ora assicuro la mia volontà di operare per la comunione e l’armonia vicendevole. Non possiamo, infatti, permetterci di dare lezioni di dialogo al mondo, se tra noi regnano le divisioni e la sfiducia!

Gerusalemme richiama alla Pasqua. Al Santo Sepolcro è sempre Pasqua. Pasqua significa passaggio: dalla morte alla vita, dal buio alla luce, dalla sfiducia dei discepoli di Emmaus, allo slancio degli apostoli a Pentecoste. Dobbiamo, vogliamo allora diventare esperti di una vita che viene dalla croce, che non si rassegna alla morte, ma la vince con l’amore.

Desidero svolgere il mio servizio di vescovo, dunque, nella luce pasquale. Di fronte ai tanti segnali di morte dentro e attorno a noi, vorrei accompagnare questa nostra chiesa a rileggere la propria storia, come Gesù ha fatto con i discepoli di Emmaus, per scoprire una Presenza che mai ci ha abbandonato e che è sorgente di vita perenne. E interrogarci se ci crediamo veramente. Se veramente pensiamo che Cristo è sorgente di forza e vita.

Non sono, infatti, le nostre strategie umane, spesso dal respiro corto, a salvare la Chiesa e le sue istituzioni. La nostra grandezza non si misura nel numero di imprese che riusciremo a realizzare e nemmeno nel grado di consenso che otterremo. Tutto questo passa presto. E forse dovremmo interrogarci se abbiamo speso troppe energie e attenzioni per ciò che invece è secondario. “Sufficit tibi gratia mea”. Prima di tutto cercare e accogliere la grazia di Dio.

Dobbiamo partire dalla coscienza della presenza di Cristo in mezzo a noi. È questa consapevolezza che deve essere all’origine delle nostre scelte e dei nostri progetti. Tutto il resto viene dopo.

Chiedo a tutti voi di aiutarmi in questo servizio.

Ai laici, alle famiglie, ai religiosi e religiose che svolgono un servizio così importante in questa nostra Chiesa, ai preti e ai vescovi e soprattutto ai giovani, che sono il nostro futuro, chiedo di sostenermi e accompagnarmi. Vi chiedo di aiutarmi con la preghiera, innanzitutto, ma anche nell’orientare insieme il cammino prossimo di questa nostra chiesa.

Desidero che le diverse anime che compongono questa nostra chiesa, unica ma pluriforme, collaborino sempre più e sempre meglio. A questo proposito, scrivevo qualche giorno fa ai sacerdoti del Patriarcato:

La chiesa di Gerusalemme, è ricca di iniziative, di istituzioni anche prestigiose (penso ai centri teologici e biblici, le università di Betlemme e di Madaba), di religiosi e religiose, di movimenti, di numerose scuole che svolgono un servizio importante e che sono un ambito pastorale determinante; abbiamo relazioni uniche e particolari con altre Chiese cristiane, per non parlare della necessità di coordinamento con le Chiese orientali cattoliche; il rapporto interreligioso con musulmani ed ebrei è nostro pane quotidiano, anche se mai semplice; l’arrivo di lavoratori stranieri e rifugiati ha portato nuove dinamiche nella nostra Chiesa, sia in Giordania che in Terra Santa; in tutti i nostri territori diventa difficile curare e seguire le famiglie, che sempre maggiormente si allontanano dalla Chiesa; la presenza di centinaia di migliaia di pellegrini da tutto il mondo ci mette poi in contatto con la Chiesa universale che a Gerusalemme, come nel giorno di Pentecoste, continua a ritrovarsi; non possiamo ignorare inoltre che ci troviamo nella Terra dove la Parola di Dio è stata scritta e si è compiuta”.

Ecco, per me essere chiesa significa sentirci tutti parte di un unico corpo e partecipi gli uni degli altri. Spero che questo sentimento sia condiviso anche da voi.

Desidero essere il vescovo di tutti e per tutti. Auspico la piena collaborazione di tutti.

Vi ringrazio di avermi accompagnato fin qui con la vostra preghiera e partecipazione. Ho vissuto momenti molto belli e intensi che mi hanno confortato e consolato. Siete stati il conforto di Dio in questi ultimi mesi.

Possa Dio sostenere il nostro cammino incontro a Lui, apra i nostri occhi sulle sofferenze di questa Terra e dei suoi abitanti e ci renda capaci di consolazione e conforto.

E su tutti voi va la mia preghiera e benedizione.

+ Pierbattista