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Pubblicato il 29 Set 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 2 ottobre

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 2 ottobre

 

2 ottobre 2016

XXVII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

 

Siamo all’inizio del capitolo diciassettesimo del Vangelo di Luca, dove troviamo alcune parole di Gesù intorno alla vita della comunità: prima parla della necessità che nessuno crei scandali e mette in guardia che ne fosse causa (Lc 17, 1-3a), poi parla della correzione fraterna e della necessità di perdonare sempre (“sette volte al giorno”) (Lc 17, 3b-4), e poi troviamo le due brevi pericopi del Vangelo di oggi (Lc 17, 5-10), sulla fede e sul servizio.

Possiamo provare a comprendere questi primi versetti così: il primo ostacolo alla vita fraterna, potenzialmente, è dentro ciascuno di noi, perché nessuno può dirsi esente dalla possibilità di essere scandalo all’altro. Quando c’è un problema, di solito siamo portati a cercare la causa negli altri. Invece Gesù dice: “State attenti a voi stessi!” (Lc 17,3).

Può accadere, invece (versetti 3-4), che il problema nasca davvero dal peccato del fratello; allora di nuovo Gesù ci richiama alla nostra responsabilità, al dovere di non abbandonare il fratello nel suo male, ma di andare a cercarlo, di riportarlo a casa, di accoglierlo, anche se dovesse commettere la stessa colpa sette volte al giorno. Il peccato del mio fratello mette in moto innanzitutto me!

La domanda degli apostoli a Gesù (“Accresci in noi la fede!”, v.6) forse nasce dallo stupore per queste sue affermazioni, dalla percezione preoccupata che per arrivare a questo grado di sequela sia necessaria chissà quale forza, quale determinazione, quale santità.

È interessante che chiedano a Gesù di accrescere, di aumentare, di aggiungere, mostrando di essere ancora chiusi dentro una mentalità mondana, che continua a pensare in termini di grandezza, di potere, di sicurezza.

La logica del mondo cerca sempre cose grandi, si fida di ciò che è forte.

Ma il cammino della fede ha logiche altre, e si sposa più con la piccolezza, con ciò che non appare, con ciò che è povero e ultimo.

È bello che Gesù paragoni la fede ad un seme: cosa c’è di più forte di un seme?

Se la forza del mondo è una forza che occupa spazi, che impone leggi, che prevarica, la forza del seme è quella della vita che cresce, che ha pazienza, che immette nella storia dinamiche nuove, che sa vedere il bene ovunque si trovi: è la fede che troviamo nella prima lettura (Ab 2,2-4), quella umile e tenace che sa attendere, che accetta l’umile pazienza del cammino, che non dispera.

Se fosse grande, se fosse forte, sarebbe una sicurezza e un potere come qualsiasi altro potere mondano.

Ma la fede non è tanto essere forti, quanto sapersi affidare alla forza di un Altro; non a caso S. Paolo afferma che proprio quando è debole, allora è forte (2Cor 12,10).

E non a caso, nel vangelo di Luca, la fede è proprio dei piccoli, di chi non conta sulle proprie forze e lascia spazio all’opera del Signore nella propria vita, di chi si fida e si abbandona in Lui.

Questa fede, che si è convertita alla piccolezza, che si nutre di fiducia e di abbandono, questa fede – dice Gesù – è capace di far accadere anche ciò che sembra impossibile: il gelso (o sicomoro) è considerato un albero forte e saldo, praticamente “insradicabile”…

La fede riguarda proprio le cose impossibili, non perché costella di miracoli la vita, ma perché ci rende capaci del miracolo più grande che possa accadere ad una persona, quello di essere capaci di trasformare il male in bene, di trarre la vita anche dalla morte.

Davanti al mistero del male, dove l’uomo è solo e impotente, la fede permette di fare il passo che riapre di nuovo un cammino, che ricrea fiducia e rende possibile ritrovare un senso: perché nella fede nulla è mai definitivamente morto.

Allora tutto ciò che è profondamente radicato in noi, tutto ciò che con le nostre forze non potrebbe spostarsi neppure di un millimetro, questo può trovare salvezza se solo abbiamo fede quanto un granello di senape…

La parabola del servo si allaccia dunque qui, per dire che la nostra forza non sono le nostre opere. Non possiamo vantare diritti verso Dio se abbiamo osservato tutto con precisione meticolosa, perché la fede è la capacità di sorprendersi per il dono che ci fa Dio.

La parabola non vuole descrivere l’atteggiamento del Padre, rappresentandolo come quello di un padrone esigente e insaziabile. Dice invece che la fede non è come un contratto, per cui avresti diritto ad una ricompensa; e non puoi mai considerarti “a posto”, perché il lavoro non è mai finito. Semplicemente perché non è un lavoro, ma l’accoglienza di un dono…

+ Pierbattista