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Pubblicato il 6 Ott 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 9 ottobre 2016

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 9 ottobre 2016

 

9 ottobre 2016

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

 

Il libro del Levitico, al capitolo XIV, racconta con molta dovizia di particolari tutto il rituale a cui un lebbroso doveva sottoporsi perché fosse riconosciuta la sua guarigione. Sono necessari ben 31 versetti per descrivere ciò che il sacerdote doveva fare per purificare il lebbroso: un rito lungo e solenne, una serie di gesti, di immersioni, di unzioni, per arrivare poi al cuore dell’evento, che consisteva nel sacrificio di un agnello.

Solo una volta terminato questo rito il lebbroso poteva considerarsi di nuovo puro (perché la lebbra rendeva impuro chi ne era affetto) e, quindi, poteva rientrare nell’accampamento, rientrare nel consesso della società.

Il significato dei sacrifici, nell’Antico Testamento, è molto ricco e complesso; ma per semplificare, potremmo dire che alla base del sacrificio, oltre all’idea di purificazione ed espiazione, c’è sempre anche l’idea del “dare”. Dare qualcosa a Dio come segno di gratitudine, di offerta, come segno di un’alleanza ristabilita.

Ciò che leggiamo nel brano di Vangelo di oggi ci riporta proprio a quel brano del libro del levitico: dieci lebbrosi incontrano Gesù, lo pregano da lontano, perché secondo la legge i lebbrosi non si potevano avvicinare alla gente sana, e Gesù li invita a recarsi dai sacerdoti, a Gerusalemme, dove avrebbero dovuto sottoporsi al rito prescritto nel Levitico. Questi si mettono in cammino, evidentemente tutti guariscono, ma uno di loro – uno straniero – cambia strada: “Vedendosi guarito” (v.14), non prosegue insieme agli altri, non ritiene necessario andare dai sacerdoti come prescrive l’antica legge, ma intuisce che non è lì che deve recarsi per ringraziare Dio; torna indietro, lodando Dio a gran voce, e si getta ai piedi di Gesù, per ringraziarlo.

Gesù riconosce la sua fede – come in altri episodi del Vangelo ha lodato la fede degli stranieri – e gli dice che questa sua fede lo ha salvato.

Quale fede?

Quella fede per cui il lebbroso-straniero capisce che nel momento in cui Dio opera in quel modo, cioè direttamente nella vita degli uomini, per mezzo di Gesù, non è più necessario alcun sacrificio.

Nel momento in cui il Regno di Dio è qui, in mezzo a noi (Gesù lo dirà poco dopo, al versetto 21), non è più necessario andare dai sacerdoti del tempio, né sottoporsi a tutte prescrizioni della Legge.

Il lebbroso non va al tempio, non ha più bisogno di andare a fare sacrifici, di dare, portare qualcosa a Dio, perché è Dio stesso che è giunto a lui e lo ha salvato.

E tornando da Gesù, compie un altro genere di sacrificio, che è quello della lode (v.15) e del ringraziamento (v.16); compie il sacrificio di chi vedendosi guarito, riconosce l’opera di Dio nella sua vita, e dà gloria a Dio.

Questo è il sacrificio. Non dare qualcosa a Dio, ma ringraziarlo per ciò che Lui dà a noi.

Questo sacrificio è possibile a tutti: il termine usato da Gesù per dire “straniero” era inciso sulla balaustra del tempio di Gerusalemme, per stabilire il confine tra il cortile dei pagani e l’area del tempio accessibile solo agli ebrei. Il sacrificio antico era possibile solo a pochi, e tanti erano gli esclusi.

Il sacrificio nuovo, invece, è per tutti, è per quanti sanno riconoscere che la salvezza viene da Dio, e ritornano da Lui, e lo ringraziano.

L’accesso alla purificazione non passa più da un rito esteriore, ma dalla fede: “La tua fede ti ha salvato” (v. 19).

E per questo non ci vuole una fede grande – la fede dei sacrifici, dell’osservanza dei precetti -, ma quella piccola come un granello di senape che abbiamo visto domenica scorsa (v 6): una fede che sa stupirsi, che sa ringraziare.

Anche se – lo sappiamo – questa fede è la più difficile: ce lo testimonia Naaman il Siro, di cui parla la prima lettura. In una parte del racconto, che oggi non abbiamo ascoltato, si dice che questo straniero è convinto che per essere guarito dovrà fare chissà quale gesto o quale impresa o che dovrà pagare tanto. Si offende quando Eliseo gli chiede di andare a lavarsi nel fiume Giordano. Eppure è così, dovrà solo bagnarsi nel Giordano, dovrà solo credere.

Ma anche lui, dopo aver imparato questa fede piccola, tornerà a ringraziare, semplicemente: il profeta Eliseo non esigerà da lui alcun dono, anzi, lo rifiuterà energicamente…

Dunque, i sacrifici non salvano, ma la fede sì: la fede nella salvezza che viene dal sacrificio di Cristo.

Perché un altro particolare molto bello di questo brano di Vangelo è che Gesù sta camminando verso Gerusalemme: l’evangelista Luca ce l’ha ricordato al v. 11.

Allora potremmo dire che il lebbroso non è più costretto ad andare a Gerusalemme, perché Gesù stesso ci sta andando.

Il vero viaggio verso la città santa per compiere un sacrificio lo fa Lui; e camminando raccoglie tutta l’umanità ferita e dispersa che incontra, e la riporta a casa.

E una volta arrivato a Gerusalemme, il suo sacrificio sarà quello di chi dà la sua vita per amore di tutti coloro che ha incontrato sulla strada, in perfetta comunione con la volontà d’amore del Padre.

La fede in questo amore ci “purifica”, ci salva, come dice questo intenso versetto della lettera agli Ebrei: “Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10,10).

Un ultimo passaggio: nei Vangeli troviamo un altro racconto in cui il “cammino verso il sacrificio” è interrotto: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24). Anche qui, come nel Vangelo di oggi, la vera gratitudine a Dio, l’offerta nuova non passano più attraverso un sacrificio, un’osservanza legale, ma attraverso un cuore grato e povero, e – quindi – capace di usare misericordia.

+ Pierbattista