Pages Menu
Categories Menu

Pubblicato il 21 Ott 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 23 ottobre 2016

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 23 ottobre 2016

 

23 ottobre 2016

XXX Domenica del Tempo Ordinario, anno C

 

Domenica scorsa, il Vangelo ci faceva riflettere sul tema della giustizia: una giustizia di Dio che non è come la intendiamo noi uomini, come una vendetta che castiga i cattivi e premia i giusti, ma come il compimento di un disegno d’amore, che sa trarre anche dal male il bene, anche dalla morte la vita; e, come vedremo oggi, anche da un peccatore sa tirar fuori un giusto…

Infatti il tema della giustizia ricorre anche oggi, così come quello della preghiera: la parabola del fariseo e del pubblicano che salgono al tempio a pregare è raccontata da Gesù per alcuni “che avevano l’intima presunzione di essere giusti” (Lc 18, 9); e la parabola finisce con il pubblicano che, a differenza del fariseo, torna a casa giustificato (Lc 18, 14).

Nel suo Vangelo Luca presenta spesso due personaggi per proporre due diversi atteggiamenti, due modi diversi di stare al mondo, di incontrare Gesù: abbiamo incontrato il fariseo Simone e la peccatrice (Lc 7,36-50), Marta e Maria (Lc 10,38-42) …

Oggi incontriamo un fariseo e un pubblicano. Entrambi stanno facendo la stessa cosa: salgono al tempio a pregare; ma lo fanno in modo completamente diverso.

Fisicamente il fariseo si mette in mostra (stando in piedi) e fa mostra di sé. Il pubblicano invece sta lontano e si batte il petto. Nella realtà però, davanti a Dio, hanno un atteggiamento opposto. Il pubblicano sale al tempio per mostrarsi a Dio, per lasciare che il Signore posi il suo sguardo sulla sua miseria. Il fariseo, al contrario, sale al tempio per nascondersi. E si nasconde principalmente dietro a due atteggiamenti.

Innanzitutto dietro le proprie opere, dietro la propria perfezione, dietro la propria osservanza: “Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo” (Lc 18,12). Un muro che lui innalza tra sé e Dio, che gli impedisce di vedere il Signore, e di essere visto, perché vede solo se stesso. È triste costatare che l’unica cosa che sa dire (e prima ancora vedere) della propria relazione con il Signore è quante volte digiuna, e quanto paga

E poi il fariseo si nasconde dietro “gli altri uomini”, che lui giudica tutti, con grande sicurezza, come “ladri, ingiusti e adulteri” (Lc 18, 11), e di cui il pubblicano lì presente è un rappresentante adeguato.

Verrebbe da pensare che il fariseo abbia paura di essere “come gli altri uomini” (Lc 18, 11), come se l’appartenere ad una comune fraternità umana possa togliere qualcosa alla sua dignità; oche abbia paura del limite, del male, del peccato, che arriva a negare per se stesso per entrare nella cerchia di puri e di perfetti che non hanno bisogno di nessuno, neanche di Dio e del suo perdono.

Chi al contrario non ha paura di mostrarsi a Dio nella propria fragilità, di solito non ha bisogno di denigrare nessuno: sa di non meritare nulla, e sa che la misericordia di Dio è gratuita ed è per tutti; è l’atteggiamento del pubblicano.

Stranamente, spesso la purezza e la perfezione si accompagnano con la durezza di cuore: ciò che da subito colpisce nella parabola è la cornice, che troviamo all’inizio del brano, al versetto 9, dove l’evangelista ci informa che i destinatari della parabola sono coloro che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri. E ciò che stride particolarmente è proprio la congiunzione “e”, che dice la contraddizione stridente tra la loro presunta giustizia e il loro giudizio inappellabile sugli altri. Ci aspetteremmo che proprio perché si ritengono giusti che abbiano un cuore buono e misericordioso. Ma non è così.

Questo racconto, insomma, ci presenta ancora una volta l’idea di giustizia.

Se la giustizia è l’osservanza di una legge, che ti fa meritare la salvezza, allora sarà facile misurare tutti gli altri e trovare qualcosa che non va.

Per Gesù non è così: la giustizia è il perdono gratuito dato a chi si presenta a Dio con cuore umile; ed è l’esperienza intima di questo amore incondizionato che ha la forza di farci cambiare vita.

Invece il fariseo è diventato ingiusto proprio pregando, e questo ha qualcosa di drammatico e di triste. Non sono tanto i peccati a renderci ingiusti, se questi ci conducono all’umiltà e all’esperienza della misericordia di Dio, quanto la nostra presunta santità, le nostre opere buone e – ahimè- anche la nostra preghiera, se questa preghiera non nasce da un cuore povero, capace di mettersi a nudo davanti a Dio.

Solo il riconoscere il nostro peccato è anche un riconoscimento della bontà di Dio, della sua verità, della sua giustizia.

Di fronte a Dio nessuno è giusto. Solo la sua misericordia e il suo perdono ci rendono capaci di stare alla sua presenza.

+ Pierbattista