Pages Menu
Categories Menu

Pubblicato il 1 Dic 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa per la seconda Domenica di Avvento

Meditazione di mons. Pizzaballa per la seconda Domenica di Avvento

4 dicembre 2016

II Domenica di Avvento, anno A

Come ogni anno, nella seconda domenica di Avvento, la liturgia ci presenta la figura di Giovanni il Battista, la prima delle due grandi figure che accompagnano il nostro cammino d’Avvento.

Per aiutarci a riconoscerlo, Matteo ci dà innanzitutto una notizia circa il suo abbigliamento: Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle intorno ai fianchi (Mt 3,4). Non è una semplice annotazione, non un particolare senza importanza, ma è un riferimento evidente all’abito del profeta Elia, il quale viene descritto, proprio all’inizio della sua missione, come “un uomo coperto di peli; una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi” (2Re 1,8).

Con questo aggancio dell’abito, l’evangelista sembra volerci dire: ecco, Elia è tornato, e questo è il segno aspettato da secoli, il segno che afferma inequivocabilmente che il Messia sta per arrivare. Perché secondo la profezia di Malachia (Ml 3,23), prima del “giorno grande e terribile del Signore” il Signore avrebbe inviato il profeta Elia.

Più avanti (Mt 11,10; 17,10-13), ben due volte Gesù stesso confermerà questa identificazione tra Elia e Giovanni.

Questo significa che, con la comparsa di Giovanni nel deserto, tutta l’attesa messianica del popolo d’Israele sta per compiersi, qualcosa di grande sta per accadere.

Tale notizia crea movimento, attesa, risveglia la speranza: la gente va nel deserto, luogo di conversione e di ascolto, per vedere questo nuovo Elia mandato dal cielo.

E nel deserto Giovanni “predica” (3,1) proprio questo, che il regno dei cieli è vicino.

Cioè conferma la buona notizia, quella che tutti attendevano, la notizia che Dio si fa prossimo, che mantiene le sue promesse, che sta per visitare il suo popolo. “Viene uno dopo di me…” (3,11), dice Giovanni.

Se è così, se il regno è davvero vicino, allora bisogna prepararsi ad accoglierlo, e questo è esattamente il compito del Battista: l’evangelista Matteo si premura di porre qui la profezia di Isaia (Is 40,3), in cui una voce misteriosa e anonima chiedeva al popolo di preparare la strada su cui il Signore sarebbe tornato.

Ecco, questa voce ora si fa udire, ed è la voce del Battista. Tutto ha il sapore di un compimento che inizia ad accadere.

È tempo di prepararsi. Come?

Il Battista dà delle indicazioni molto sobrie ed essenziali.

Innanzitutto, mette in guardia da un pericolo grande: quello di pensare di essere già pronti.

È il pericolo di farisei e sadducei (Mt 3,7ss), che compaiono qui per la prima volta nel Vangelo. Giovanni interpreta il loro pensiero, che si culla nell’idea che basta l’appartenenza ad un popolo, ad una tradizione, per sentirsi al sicuro, per sentirsi a posto: “Non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre»” (Mt 3,9). Non serve a nulla appellarsi a questo.

Quindi il vero impedimento nell’incontrare il Signore, paradossalmente, non è il peccato, ma la presunzione di essere giusti.

Giovanni, inoltre, non chiede di fare nulla di particolare: non bisogna digiunare, né fare ascesi, non compiere riti. Semplicemente, innanzitutto, bisogna convertirsi.

La parola conversione è una parola chiave del Vangelo di oggi: ricorre 3 volte.

Cosa significa convertirsi? È quello che fa spontaneamente la gente che accorre da Giovanni: “si faceva battezzare da lui nel Giordano, confessando i loro peccati” (Mt 3,6). Convertirsi significa entrare nell’atteggiamento umile che riconosce la propria indegnità, il male che ci abita, il proprio bisogno di salvezza che si apre alla misericordia del Signore.

Questo, per l’evangelista Matteo, è l’unico modo per preparare la strada del Signore.

Sembrerebbe tanto semplice, eppure sappiamo che non è così…

Il Messia, infine, atteso da Giovanni il Battista è innanzitutto un giudice e lo comprendiamo dalle immagini che usa per descriverlo: la scure posta alla radice che taglia gli alberi che non danno frutto (v.10); la pala che pulisce l’aia e brucia la paglia (v.12). Sono quelle di un giudice che non usa misericordia, ma che risolve il problema del male e del peccato così come tutti si aspettavano, così come l’uomo, da solo, riesce ad immaginare: eliminando il peccato e il peccatore. Sono parole che hanno anche un carico di violenza…

Non sarà così e il primo a stupirsi di questo Messia veramente nuovo sarà proprio Giovanni (Mt 11,3).

E questa sarà la sua personale conversione. E, forse, dovrebbe essere anche un po’ la nostra.

+ Pierbattista