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Pubblicato il 9 Dic 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa per la terza Domenica di Avvento

Meditazione di mons. Pizzaballa per la terza Domenica di Avvento

11 dicembre 2016

III Domenica di Avvento, anno A

Mt 11, 2-11

 

Domenica scorsa abbiamo lasciato Giovanni Battista nel deserto, che annunciava la buona notizia dell’avvento del Regno dei cieli e richiamava tutti alla conversione.

Oggi lo ritroviamo: non più nella luce accecante del deserto, ma nel buio di un carcere; non più deciso e sicuro nel proclamare l’avvento di un Dio forte e giudice, ma nel dubbio atroce di aver sbagliato tutto, nello smarrimento e nella sorpresa per ciò che era venuto a sapere di questo Messia che lui per primo aveva confessato, ma che ora non riconosceva più.

Un Messia che non corrispondeva all’idea che lui aveva tratteggiato e che aveva diffuso: questo Gesù non risolveva il male alla radice, non puniva i malvagi, non eliminava le ingiustizie, non aveva fatto una rivolta politica.

Anzi, aveva voluto come discepoli gente di tutti i tipi, frequentava i peccatori, prediligeva gli ultimi …

E sembrava conoscere più i toni della tenerezza e della pazienza che non quelli dell’ira e del giudizio.

Era davvero altro da quello che il Battista attendeva, quello per cui aveva preparato le strade.

Non era la prima volta che la presenza di Gesù inquietava il Battista: subito dopo i versetti letti domenica scorsa, Matteo pone l’episodio del battesimo di Gesù (Mt 3, 13-17). Il Messia atteso si fa solidale con ogni uomo, ed entra umilmente nella storia, assumendo in pieno il suo bisogno di salvezza.

E lì nasce la prima domanda di Giovanni: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” (Mt 3,14). Cioè da subito Gesù si presenta con un rovesciamento, un paradosso, incomprensibile alla fede sicura del Battista.

Oggi troviamo un’altra domanda del Battista, la seconda. Sembra che Gesù abbia suscitato in Giovanni solo tante domande…

Dunque Giovanni è in carcere, imprigionato da Erode Antipa (cfr. Mt 11,3ss), e manda dei messaggeri da Gesù per chiedergli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3); una domanda che esprime tutta la sua sorpresa, la sua inquietudine.

Gesù non risponde, ma rimanda i messaggeri da Giovanni;  non risolve il suo dubbio, non cerca di rassicurarlo né di convincerlo.

Semplicemente gli chiede di guardare le opere che sta compiendo, di cui Gesù fa una sorta di elenco, che riecheggia gli oracoli messianici del profeta Isaia (Is 29,18-19). Gli indica così che si, è proprio lui colui che lui attendeva e gli fa capire che in lui si realizza ciò che il profeta ha preannunciato.

Davanti allo sguardo di Giovanni Gesù pone dei fatti, e non aggiunge nulla di nuovo a quanto il Battista già sa. Perché non si tratta di sapere qualcosa in più, ma di convertirsi alla novità che Gesù sta portando.

Giovanni è chiamato a convertirsi, e la sua è una conversione difficile. Il Battista è chiamato ad entrare nel Vangelo del Regno e nella sua nuova giustizia, che è diversa da quanto lui immaginava e attendeva.

Gesù non risponde direttamente alla domanda di Giovanni, perché la risposta può darla solo Giovanni: è lui che si deve prendere la responsabilità di scegliere chi attendere.

E la risposta non la deve cercare lontano, nel passato, nelle sue idee, ma nella vita di ogni giorno. Guardata dalla parte dei piccoli e delle piccole cose, delle trasformazioni umili e ordinarie che tessono il cammino dell’esistenza.

La grandezza di Giovanni è stata quella di essere rimasto dentro questa cerniera, questo passaggio, tra l’antico e il nuovo. Dentro un dubbio che gli avrà sicuramente squarciato il cuore: la fede nasce lì, dentro questo abisso che la salvezza, quando viene e quando è vera, provoca in ciascuno.

Perché passa sempre attraverso altre vie, rischia di scandalizzare, ma è il prezzo da pagare perché la fede divenga adulta. Se no continuerà ad aspettare un Dio grandioso, e non lo saprà riconoscere quando Lui si nasconderà dentro l’umiltà della vita, della storia, dei fratelli.

Abbiamo iniziato l’Avvento con un invito all’attesa e alla vigilanza.

Poi abbiamo scoperto che per attenderlo bisogna “solo” fare spazio, e lo spazio coincide con la povertà del cuore che riconosce il proprio peccato e si rimette al Signore.

Oggi impariamo che attendere significa lasciarsi sorprendere, perché Colui che attendiamo è sempre altro da quello che noi già sappiamo.

E la strada giusta non è quella del Battista, che pensa di dover aspettare un altro Messia, ma è quella di convertirci noi stessi ad un’altra attesa.

Allora il Signore potrà esaudire ciò che noi non osiamo neanche sperare.

+ Pierbattista

Foto: Istambul, S. Sofia, Mosaici. Cristo con San Giovanni Battista (particolare).