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Pubblicato il 15 Dic 2016 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa per la quarta Domenica di Avvento

Meditazione di mons. Pizzaballa per la quarta Domenica di Avvento

18 dicembre 2016

IV Domenica di Avvento, anno A

Mt 1, 18-24

Il brano che abbiamo ascoltato oggi si trova all’inizio del Vangelo di Matteo, subito dopo la genealogia che ne apre il racconto (Mt 1,1-17).

Matteo vuole da subito definire l’identità di Gesù e per questo ne indica l’origine. La genealogia dice chiaramente che Gesù è profondamente inserito nella storia del suo popolo e ne rappresenta il culmine. Il racconto di oggi, invece, che parla della sua nascita, inserisce in questa storia un elemento completamente nuovo, verticale. In pochi versetti, Matteo ripete due volte che ciò che è generato in Maria “viene dallo Spirito Santo” (1,18.20).

A conferma di questo troviamo un’espressione importante, che parla di questo intervento di Dio nella storia. Al versetto 18 Matteo dice che Maria “prima che andassero a vivere insieme, si trovò incinta…”. Gesù “accade”, entra nella storia prima che l’uomo possa attribuirsene la paternità. Lui viene dall’eterno, è opera del Padre. È prima, è in principio…

L’origine divina di Gesù evidenziata nel Vangelo diventerà poi la fonte di quella autorità che l’evangelista più volte riporta (cfr 7,29), che spesso gli verrà contestata dai suoi avversari (21,23). Questa stessa autorità passerà poi alla Chiesa, nel momento in cui il Signore risorto lascerà i suoi per tornare al Padre (Mt 28,18s).

Ma il brano ci porta anche a comprendere in questo modo cosa Gesù ci dona, cosa è venuto a portarci, a condividere con noi, cosa ha immesso di nuovo nella lunga storia delle generazioni: ha portato la sua relazione di figliolanza con il Padre, ha innestato nella storia la sua stessa divinità.

La Liturgia pone questo brano, oggi, ormai quasi alla fine del nostro cammino d’Avvento, per farci vedere come l’eterno entra in contatto diretto con la vita degli uomini, con la nostra vita. E per farlo ci fa entrare in quel momento della storia di un uomo, Giuseppe, che è chiamato a “prendere con sé” (1,20) il mistero di Dio fattosi carne nella vita della sua sposa.

Ci soffermiamo su due elementi di questa storia: sulla giustizia di Giuseppe e sui suoi sogni.

Due elementi che parrebbero difficilmente poter andare insieme.

Di Giuseppe si dice che era giusto (1,19), ma la sua era una giustizia un po’ particolare. Infatti, trovandosi davanti alla sua promessa sposa incinta avrebbe dovuto esporla alla lapidazione: questa sarebbe stata giustizia, secondo la legge di Mosè (cfr Dt 22, 20-21). Invece Giuseppe non lo fa. Eppure, secondo Matteo, Giuseppe è giusto.

Per capire cosa intende l’evangelista, bisogna percorrere il Vangelo di Matteo. Ci accorgiamo, così, che questo termine (giusto/giustizia) è molto prezioso per il primo Vangelo, al punto da ricorrere più di 20 volte.

Ma la giustizia di Matteo, quella cioè del regno dei cieli, non è una semplice giustizia umana, non è una semplice retribuzione. È la giustizia superiore (5,20), quella del discorso della montagna, quella del Padre che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (5,45); quella che mette al centro la persona e non la legge.

Giuseppe è giusto di questa giustizia.

L’evangelista Matteo sottolinea molto questa caratteristica di Giuseppe; sembra voler dire che proprio questa giustizia rende possibile a Giuseppe aprirsi alla volontà del Padre, che è sempre una volontà di salvezza e di vita, mai di morte. È la giustizia buona e umana di Giuseppe che lo rende adatto e pronto ad accogliere il mistero eccedente e sorprendente di Dio.

E questo passaggio avviene attraverso un sogno. Anche i sogni sono importanti nel Vangelo di Matteo. Ne riporta ben cinque. Quello che abbiamo sentito oggi; quello che avverte i magi di non tornare da Erode (2,12); quello che avverte Giuseppe di fuggire in Egitto (2,13), e quello (che in realtà si ripete due volte) che lo avverte di tornare in Israele (2,20.22); e infine il sogno della moglie di Pilato (27,19), la quale manda a dire al marito di non aver a che fare con quel giusto, perché un sogno a suo riguardo l’aveva molto turbata.

Dunque, ogni sogno è il passaggio che serve per “salvare” Gesù da una giustizia umana, e dalla morte.

Lì dove la legge non basterebbe ad aprire la storia ad un sovrappiù d’amore e di presenza di Dio, interviene il sogno, cioè quello spazio della vita dell’uomo che lascia le redini e il controllo della storia e si apre ad una volontà più grande. Si apre ad accogliere la presenza di Dio nella propria vita.

Giuseppe obbedisce in tutto all’angelo e accoglie. Certo non capisce tutto quello che sta accadendo. La legge spiega tutto. L’amore, invece, non spiega, ma illumina.

Pilato, al contrario, non darà retta al sogno della moglie e non salverà Gesù, il giusto.

Ma paradossalmente anche attraverso questa disobbedienza passerà comunque la salvezza del Signore, che proprio lì, nell’offerta della sua vita per amore, compirà il nome e la missione che oggi Giuseppe è chiamato a dare a questo figlio non suo: Gesù, Emmanuele. Dio salva, Dio è con noi.

Al termine di questo Avvento siamo chiamati ad aprirci al “sogno”, a quello spazio di disponibilità del nostro cuore ad una volontà più grande, che esce dagli schemi della nostra ragione, dalla nostra giustizia. Una giustizia solo umana, dentro gli schemi della nostra legge, alla fine diventa ingiusta, e non è in grado di comprendere ed accogliere la novità di Gesù. Non è dalla nostra ragione e dal suo controllo che il Signore passa.

Lui viene in quello spazio disponibile e aperto della nostra vita, forse più fragile e meno sicuro di sé, ma più libero e povero. Il Signore vi ha condotto pian piano Giovanni Battista, come abbiamo visto domenica scorsa, e oggi Giuseppe. E vi conduce ciascuno di noi.

+ Pierbattista