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Pubblicato il 3 Feb 2017 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 5 febbraio 2017

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 5 febbraio 2017

5 febbraio 2017

V Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Mt 5, 13-16

 

Stiamo ascoltando, in queste domeniche, il “discorso della montagna”, che si trova ai capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo. Domenica scorsa abbiamo ascoltato Gesù che annuncia le beatitudini. Oggi ascoltiamo il brano che ci invita ad essere luce e sale, mentre domenica prossima Gesù ci parlerà ancora della giustizia nuova che anima i discepoli (5,17-37).

Già questa disposizione, questa struttura del racconto di Gesù, ci da una indicazione: Gesù non dice, come sarebbe logico, che ci si deve comportare in modo diverso dagli altri, per essere sale e luce; e quindi essere beati. Non c’è, insomma, un prima e un poi. Prima vi comportate bene e poi, e quindi, potrete essere luce e sale e perciò beati.

Gesù inverte da subito questa logica, che invece è molto radicata in noi, e annuncia che il Regno dei cieli ha uno stile tutto suo. Il Regno dei cieli è innanzitutto una vita completamente nuova, che l’incontro con Cristo dona gratuitamente a tutti, soprattutto a chi non se lo merita secondo i criteri umani. Non nasce da una decisione della volontà, da uno sforzo umano. È l’incontro con Cristo che, a volte lentamente, a volte tutto d’un tratto, trasforma la vita. Se si rimane uniti a Lui, se si lascia agire in noi il Suo Spirito, si scopre che dentro di noi c’è una vita altra, diversa, che ci si ritrova dentro.

Se si lascia morire l’uomo vecchio, la giustizia vecchia, allora si scopre di essere felici o beati, di non ragionare più ricambiando il male per il male, disprezzando gli altri, difendendosi in ogni situazione possibile. Al contrario, si vive nella logica della Pasqua, della vita che si trova quando si perde.

Gesù è la luce del mondo (Gv 8,12; cfr Is 42,6; 49,6). Ma il suo ruolo è ora stato trasmesso ai suoi discepoli (cfr Atti 13, 47). Gesù oggi ci dice che quando e nella misura in cui lasciamo che questo accada, quando cioè lasciamo vivere in noi la sua vita, allora, si è luce e sale. Anche le nostre azioni, di conseguenza, saranno nuove, perché nasceranno da una vita nuova. Questo è quanto vedremo domenica prossima.

Oggi Gesù si preoccupa di dirci chi siamo. Gesù ci invita ad essere tra coloro che sono capaci, con la loro presenza di far crescere gli altri.

Sale e luce sono due elementi che non servono per se stessi: la luce non illumina se stessa e il sale non si usa da solo. La luce non si vede, ma è l’elemento che ci consente di vedere. Il sale, perché compia la sua funzione, deve essere diluito e diventare invisibile nella preparazione dei cibi. Non si guarda la luce, insomma, e non si mangia il sale da solo. Sono elementi “relazionali”, che compiono il senso del proprio esistere solo nel darsi agli altri. La luce permette a chi è nel buio di vedere; il sale è ciò che permette ad ogni alimento di esprimere al meglio il suo sapore.

Allora potremmo dire che chi ha scoperto in sé la vita di Dio, chi ha riconosciuto nella propria storia la presenza e l’amore del Signore, allora di per sé, senza fare null’altro, diventa un dono per gli altri.

E lo diventa non imponendo se stesso, non aggiungendo qualcosa a ciò che all’altro manca, ma semplicemente aiutando l’altro a riconoscere in sé la stessa vita, lo stesso amore del Padre.

Questo vale non solo per gli amici, i vicini, i parenti. Gesù dice che si è sale della terra e luce del mondo (Mt 5,13.14): per la terra, per il mondo, per tutti.

Chi ha trovato il proprio volto – che è immagine del Volto di Cristo – diventa un fermento di vita nuova al di là di quanto egli stesso possa pensare; innesca un dinamismo dagli esiti imprevedibili, come un meccanismo a catena, un “effetto domino”. E questo semplicemente perché la vita, quando è vera, genera altra vita. È la lezione che tanti santi, lungo la storia della Chiesa, ci hanno dato.

Come accade? “Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

Questa vita nuova si manifesta in gesti nuovi, le “opere” tanto care all’evangelista Matteo. Ma lo scopo di tali opere buone non è la parata delle nostre virtù, ma di far volgere l’attenzione a Dio che le ha ispirate (“e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”, 16). È così facendo che si diventa luce per tutti (cfr Fil 2,15).

Infine, Gesù ci mette in guardia da un rischio possibile: il rischio è che il sale “perda il proprio sapore” (Mt 5,13), e che la luce voglia “rimanere nascosta” (Mt 5,15).

Se una lampada, per paura di perdere la luce, smettesse di illuminare, non servirebbe a nulla; se il sale, per paura di scomparire, smettesse di salare, non servirebbe a nulla. Lo loro esistenza sarebbe inutile.

Se un discepolo, per paura di perdere la vita donandola, la trattiene per sé, non solo non genera vita, ma muore lui stesso.

Per questo, è interessante fermarsi un attimo sull’espressione che traduce “perdere sapore” (moraino). Nel Nuovo Testamento questa espressione ricorre solo quattro volte: nel brano di oggi, nel suo parallelo in Luca (Lc 14,34), all’inizio della Lettera ai Romani (Rom 1,22) e all’inizio della Prima Lettera ai Corinzi (1Cor 1,20). E in entrambi questi ultimi passi, quest’espressione indica qualcuno che pensa di essere sapiente (ovvero salato, saporoso!) e invece, nella logica di Dio, risulta stolto. Pensa di essere sapiente perché si illude di salvarsi da sé, e proprio questa è la sua grande stoltezza.

Chiediamo che il Signore ci salvi dalla paura di perdere la vita, che è poi la vera ragione di ogni nostra solitudine, e ci doni la sapienza evangelica, che immette nel mondo la luce e il gusto del Regno di Dio Padre.

+ Pierbattista