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Pubblicato il 13 Feb 2017 in Attualità locale, Politica e società, Pubblicazioni, Slide

A nome di quattordici giovani undicenni. Lettera aperta di padre David Neuhaus al Ministro degli Interni israeliano

A nome di quattordici giovani undicenni. Lettera aperta di padre David Neuhaus al Ministro degli Interni israeliano

 

ISRAELE – Padre David Neuhaus, Vicario patriarcale latino per i cattolici di lingua ebraica, ha pubblicato una lettera aperta al sig. Aryeh Deri, Ministro degli Interni dello Stato di Israele, sul quotidiano HaAretz del 9 febbraio 2017. Si interpella il ministro sul decreto relativo ai figli dei richiedenti asilo. Questi bambini, nati in Israele da lavoratori migranti, sono considerati non idonei ad acquisire la residenza e stanno per affrontare l’espulsione immediata con le loro famiglie. Nella sua lettera, il sacerdote ricorda come le Filippine abbiano ospitato e salvato oltre 1300 ebrei in fuga dall’Europa nel 1930.

Caro Signor Aryeh Deri,

Non è mia abitudine presentare i politici l’uno all’altro. Tuttavia, in questo caso, penso sia essenziale che Lei, Onorevole Ministro degli Interni dello Stato di Israele, conosca uno dei precedenti presidenti delle Filippine, Manuel Quezon. Per onestà, avevo a malapena sentito parlare di Quezon, prima di essere invitato alla prima di un nuovo documentario assai esauriente circa il coinvolgimento del presidente Quezon nel salvataggio di 1302 ebrei in fuga dalla Germania nazista prima e durante l’Olocausto.

Il film «Open Door», prodotto dal celebre regista filippino Natale Izon, presenta dei colloqui particolarmente toccanti con gli ultimi superstiti ebrei che hanno beneficiato dell’ impegno filippino nel salvare gli ebrei dai loro persecutori in Europa. Uomini e donne anziani, spesso commossi fino alle lacrime, parlano di quegli anni, quando ancora bambini, vivevano in un rifugio sicuro e lontano dall’inferno dell’Europa in guerra. Un anziano ebreo dice: «Non solo io conservo il mio passaporto filippino, ma ho insistito a che anche i miei figli rinnovino i loro passaporti filippini: questa terra non è stata la mia terra madre, ma la mia terra adottiva».

In origine, Quezon aveva programmato di portare un numero maggiore di ebrei. La guerra infuriava, le opportunità erano limitate e, infine, ne ha salvato solo il piccolo numero di 1302, che approdò sulle isole che compongono il paese. L’amicizia di Quezon con il governatore statunitense e alcuni immigrati ebrei nelle Filippine, che erano arrivati prima della guerra, ha dato vita a questo atto coraggioso e generoso: accogliere i rifugiati ebrei, fornire loro un alloggio e un lavoro e permettere loro di rimanere il tempo necessario.

Egregio sig. Deri, io Le consiglio non solo di considerare con attenzione la storia del sig. Quezon, ma mi appello a Lei come ebreo, come israeliano e come essere umano a nome dei quattordici ragazzi di undici anni. Ha deciso che non c’è posto per loro nello Stato di Israele. Questi giovani sono tutti nati qui, parlano quasi solo l’ebraico, vedono questo Paese come la loro casa e hanno un sogno: costruire le loro case qui, contribuire allo sviluppo e alla prosperità del nostro Paese. Aggiungo: sono tutti filippini.

La generazione dei loro nonni ha aperto le porte delle Filippine agli ebrei in modo da salvarli dall’Olocausto. I loro genitori sono venuti qui per prendersi cura dei nostri anziani, disabili e malati e farlo ogni giorno con dedizione e amore. Molti di loro hanno lasciato i loro genitori anziani, disabili o i loro parenti malati per prendersi cura di noi. I bambini sono visti come parte di ciò che siamo.

Egregio sig. Deri, sono sicuro che ricordando il passato, siamo in grado di aprire il nostro cuore e la nostra mente per capire che deportare questi bambini, o qualsiasi bambino dei lavoratori migranti filippini, ci fa incorrere in un atto crudele e disumano che tradisce la memoria di gentilezza e generosità.

La prego, Signor Ministro, guardi il documentario e revochi l’ordine.

Cordiali saluti,

Rev. David Neuhaus SJ, Vicario patriarcale latino

P.S. Non posso promettere di non scrivere di nuovo sugli altri richiedenti asilo in questo paese. Coloro che sono scappati dal genocidio in Darfur e coloro che sono fuggiti dal terribile regime eritreo e dalle sue prigioni e camere di tortura sono sicuramente veri fratelli e sorelle di quegli ebrei che fuggirono e trovarono rifugio qui, lontano dalle persecuzioni perché erano ebrei. Che dire di questi altri  fratelli e sorelle che condividono la stessa sorte?

Tradotto dall’inglese dalla Redazione del Patriarcato latino

Leggi la lettera aperta su HaAretz

Vedere il documentario “Open Door”