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Pubblicato il 17 Feb 2017 in Amministratore Apostolico, Meditazioni e Omelie, Slide, Vita spirituale

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 19 febbraio 2017

Meditazione di mons. Pizzaballa sul Vangelo di domenica 19 febbraio 2017

19 febbraio 2017

VII Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Mt 5, 38-48

Anche oggi rimaniamo nell’ascolto di quelle parole di Gesù che compongono il “Discorso della montagna”.

Abbiamo sentito, all’inizio, l’annuncio di una vita nuova, di una gioia diversa, contenuto nelle beatitudini; poi abbiamo scoperto, attraverso le immagini della luce e del sale, che questa felicità non esiste se non è condivisa con i nostri fratelli. Quindi Gesù ha iniziato a dare una legge nuova per questo nuovo popolo di salvati.

Ci ha spiegato, però, che in realtà non si trattava di una legge nuova: niente di ciò che era antico doveva passare senza essere compiuto. Anche i profeti, quando annunciavano i tempi messianici, pensavano sì ad una nuova relazione con Dio, ma questa nuova relazione non sarebbe dipesa tanto da una nuova norma da seguire, quanto da un cuore nuovo (cfr. Ger 31,33), capace finalmente di compiere quel progetto di vita e di amore che è da sempre nel cuore di Dio.

Non è una legge che può dare pienezza ad una vita; semmai è il contrario. È il cuore, una volta guarito dall’esperienza della compassione di Dio, che può finalmente ascoltare e fidarsi di quella Parola che Dio, da sempre, gli rivolge. La sa far propria.

Le due antitesi che ascoltiamo oggi vanno al cuore di questo processo di interiorizzazione.

Nella prima, Gesù parte da una legge famosa, quella del taglione, riportata al capitolo 21 dell’Esodo: se qualcuno ti fa del male, tu rendigli la stessa misura. Era, questa, una legge buona, moderna, capace di limitare la vendetta personale e il dilagare di una violenza eccessiva. Nei tempi in cui fu scritta era una grande novità. Per Gesù, invece, il male non si vince restituendolo in misura esatta, come diceva la legge mosaica. Gesù nemmeno si limita a darci un’altra misura, magari più mite ma, al contrario, cambia completamente prospettiva.

Egli afferma che nel momento in cui l’altro ci toglie qualcosa, noi siamo chiamati a donarglielo: il male che l’altro commette diventa lo spazio del nostro amore gratuito nei suoi confronti, per cui nessuno ci toglie nulla, perché siamo noi che glielo doniamo, e gli doniamo molto più di quanto l’altro possa arrivare a portarci via.

Il male che l’altro commette paradossalmente non è più un male, ma è superato dalla misura piena del nostro dono: ciò che l’altro pensa di rubarmi non è nulla rispetto a quanto io voglio donargli, cioè tutto.

Viene in mente, qui, la frase di Gesù nel Vangelo di Giovanni: nessuno mi toglie la vita, io la do da me stesso (cfr. Gv 10,18).

E questo vale in tutte le dimensioni della nostra esistenza, ovvero in tutto ciò che siamo, che abbiamo e che facciamo.

In tutto ciò che siamo: se uno ci ferisce nella nostra dignità (“se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra” Mt 5, 39), non ci difendiamo, perché la nostra vita appartiene a qualcun altro.

In tutto ciò che abbiamo: se uno “vuole portarti via il mantello” (Mt 5, 40), tu gli doni anche tutto il resto, perché ciò che ti toglie non è già più tuo.

E in tutto ciò che facciamo: “se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5, 41), significa cioè andare oltre e precedere l’altro nell’offerta del proprio dono: perché “fare con lui” tutto il cammino è proprio ciò che anche tu desideri.

Noi passiamo tanta parte della nostra vita a difenderci, a difendere ciò che siamo, ciò che abbiamo, e che facciamo. Secondo Gesù si tratta, invece, di diventare come quelle persone libere e povere che, vivendo continuamente in una dinamica di dono, non hanno nulla da salvare. Nessuno può mai portare via niente, perché tutto in loro è già donato.

Poi Gesù dice che questo atteggiamento si chiama amore, e per essere tale deve essere per tutti. E siamo alla seconda antitesi.

Non basta amare chi già ci ama: è già qualcosa, certo, ma non è ancora la misura piena e bella a cui siamo chiamati. L’amore dei discepoli del Regno deve essere capace di raggiungere tutti, anche – e soprattutto – chi ne è privo, chi non ce lo dimostra, chi ci fa del male: sono i primi ad averne bisogno.

Perché possiamo amare così?

Semplicemente perché siamo figli (Mt 5,45), e per divenirlo sempre di più.

Un figlio, in casa, apprende uno stile di vita, un modo di amare. Lo stile di casa nostra è quello del Padre, che ama sempre e tutti perché non può fare altro, perché Lui, in se stesso, è amore e comunione, e nient’altro.

E questo lo abbiamo imparato non a parole, ma per esperienza, perché noi, per primi, eravamo nemici (cfr Col 1,21), e siamo stati amati gratuitamente.

Inoltre, se sappiamo guardare, tutto questo è già semplicemente inscritto da Dio nella legge del creato: il sole sorge ogni giorno su buoni e cattivi (Mt 5, 45), e la pioggia scende su giusti e ingiusti.

Dobbiamo metterci bene in mente che questo non è un amore di cui siamo capaci: non viene dalle nostre forze. È una vita nuova che riceviamo in dono, che ci abita dentro grazie allo Spirito del Padre che vive in noi. Sono le viscere di misericordia di Dio in noi.

L’unica cosa che permette questo salto di qualità nella nostra vita è la preghiera: infatti, quando chiede di amare i nemici, Gesù chiede anche di pregare per loro (Mt 5,44). Se si prega per una persona, prima o poi si arriva ad amarla; perché pregare per lei significa affidarla al Signore e rinunciare ad ogni pretesa di giudizio o di possesso su di essa.

E non si prega neanche, innanzitutto, per cambiare l’altro. Si prega per aprirsi a questa misura impensabile di amore che, mentre perde tutto, mentre salva l’altro, dà innanzitutto pienezza alla nostra stessa vita, e impercettibilmente, trasforma la storia e genera la pace.

+ Pierbattista