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Pubblicato il 23 Feb 2017 in Attualità locale, Diocesi, Notizie della diocesi, Politica e società, Pubblicazioni, Slide

Mons. Shomali: “Non senza strappi, ma fiducioso ed entusiasta, lascio Gerusalemme per Amman”

Mons. Shomali: “Non senza strappi, ma fiducioso ed entusiasta, lascio Gerusalemme per Amman”

INTERVISTA – Alla vigilia della messa di benvenuto – venerdì 24 febbraio ad Amman – in quanto nuovo Vicario patriarcale in Giordania, successore di mons. Lahham dall’8 febbraio 2017, mons. William Shomali ci parla della sua nomina, si rivolge ai fedeli giordani e ricorda i principali impegni che lo aspettano.

Con quale stato d’animo ha accolto la sua nomina per il nuovo incarico che le è stato affidato? Cosa pensa dei recenti cambiamenti in seno alla Chiesa di Gerusalemme, e in particolare della sua prossima partenza da Gerusalemme e dalla Palestina dopo questi anni del suo servizio come Vicario?

Non nascondo che sono rimasto sorpreso dalla mia recente nomina in Giordania e, allo stesso tempo, è con grande serenità che ho accettato. Mi rendo ben conto che ogni mia nomina precedente come economo generale, poi come rettore del seminario, poi ancora come cancelliere e infine  Vescovo ausiliare di Gerusalemme e della Palestina, ha rappresentato ogni ogni volta una sorpresa. Dopo il seminario, ero stato mandato in Giordania, territorio sconosciuto per me in quel momento, vi sono rimasto otto anni come vicario e poi come parroco a Zarka e successivamente a Shatana. Conservo dei bei ricordi di quei primi anni in quei luoghi  come sacerdote, l’accoglienza affettuosa da parte dei parrocchiani, la robusta dinamica pastorale. Posso umilmente dire che, ogni volta, lo Spirito mi ha portato “dove voleva” e  dove  mai avrei immaginato di andare, e allo stesso tempo la grazia di Dio mi ha sempre accompagnato. Ora, ho davanti una nuova partenza,  lascio Gerusalemme non senza dispiacere. Amo questa città, la sua complessità e la sua ricchezza, le sue chiese, le sue genti, i suoi problemi ecumenici e interreligiosi, mi è sempre piaciuto incontrare i gruppi dei pellegrini e i Cavalieri del Santo Sepolcro che visitano ogni giorno il Patriarcato. Tuttavia, è con animo fiducioso ed entusiasta che parto per Amman: l’esperienza che ho maturato nel corso degli anni mi aiuterà a continuare il mio lavoro di pastore, all’interno della stessa diocesi, la mia missione continua. Capisco che il Vaticano non abbia nominato immediatamente un Patriarca. Roma ha le sue ragioni che tutti sanno. Il Patriarcato latino ha bisogno di una riorganizzazione finanziaria e amministrativa, la posta in gioco è alta, ma ce la si può fare, grazie alla buona volontà di tutti.

Quali saranno le prime parole che dirà ai fedeli giordani in quanto loro nuovo pastore?

Desidero ringraziare i fedeli e il clero giordani per la loro accoglienza tanto calorosa e per la loro disposizione a lavorare insieme coi vescovi e i sacerdoti, i diaconi e tutti i consacrati, per il bene della Chiesa nostra madre, per continuare senza stancarsi a seminare il Vangelo e a offrire ai bisognosi le nostre opere di carità. Siamo le diverse membra dello stesso corpo e io sono felice di ritrovare questo paese che per me non è nuovo. Quando mi è stato chiesto di predicare l’ultimo ritiro dei sacerdoti in Giordania, ho realizzato che la metà di loro sono miei ex allievi del seminario e l’altra metà miei compagni. In verità, noi siamo una sola famiglia. Io ringrazio perchè è certamente più facile mettersi in gioco, lavorare, con persone che si conoscono e con cui ci si vuole bene. Ecco perchè arrivo ad Amman con tanta trepidazione e altrettanta fiducia. Mi piace pensare alla parole che sant’Agostino ha detto ai suoi fedeli di Ippona: “io per voi sono vescovo, con voi sono cristiano:se sono spaventato da ciò che sono per voi, sono rinfrancato da ciò che sono con voi”.

Secondo lei, quali saranno le sfide più importanti da affrontare nel suo nuovo incarico?

Certamente le difficoltà che derivano dalla costruzione e dalla gestione della nuova Università di Madaba. Il Patriarcato ha accumulato dei debiti consistenti, con implicazioni giudiziarie. Ci auguriamo di concludere questa vicenda, nella trasparenza della giustizia e della carità.Questo problema ha creato anche divisioni nel seno del popolo di Dio, divisioni che bsognerà curare. Un altro grosso problema: i due milioni di rifugiati siriani e iracheni arrivati in Giordania che, in gran numero, accolgiamo nelle nostre scuole e nelle nostre parrocchie. Bisogna aiutarli a costruire il loro futuro con speranza nonostante il contesto regionale e locale. La situazione economica in Giordania è difficile in generale, sia per i rifugiati che per i Giordani stessi. Peraltro, la Giordania ha accolto un numero di rifugiati superiore a quello che un paese ancora in via di sviluppo e con risorse limitate si può permettere. Questa generosità non deve essere criticata, anzi al contrario: la Giordania è una terra accolgiente e noi, con la nostra vocazione cristiana, possiamo offrire soluzioni. Possiamo contare su di un clero giovane e dinamico, su importanti istituzioni cattoliche e su numerosi laici formati e competenti per un avvenire migliore per tutti. Al  tema dei rifugiati, si aggiunge quello del dialogo ecumenico tra le Chiese e interreligioso tra i popoli, in modo speciale quello della vita insieme ai musulmani. Al momento, la convivenza c’è ma lo stesso non dobbiamo stancarci di farla crescere.

Che opinione ha circa la situazione in Giordania, la coesistenza dei popoli, la stabilità del Regno un poco messa alla prova, in dicembre,  da alcuni attentati?

Per quanto riguarda la regione nel suo insieme, considerando la situazione dell’Iraq, della Siria, dello Yemen, della Libia e dello stesso Egitto, giustamente  la Giordania viene spesso citata come una oasi di pace. Gli attentati di dicembre hanno lasciato il segno ma sono stati prontamente controllati dal governo. Il Regno offre sicurezza e libertà religiosa a tutti i suoi cittadini. Il Re Abdallah ha sempre promosso, sull’esempio di suo padre il re Hussein, una politica di apertura e una libertà religiosa totale, desideroso di mettere a tacere i fondamentalismi. Il Re è inoltre protettore dei Luoghi Santi di Gerusalemme, l’anno scorso ha dato il suo contributo per il restauro del Santo Sepolcro. I cristiani sono considerati come membri in senso pieno del popolo giordano e come una ricchezza per il paese. Hanno numerose scuole, ospedali e istituzioni caritative, tra di essi vivono numerosi Palestinesi che in guordania si sentono di casa. Anche la coesistenza tra cristiani e musulmani, benchè non perfetta, è esemplare. Ci sono molti incontri a ogni livello. La dichiarazione di Marrachesh, nel gennaio 2016, sui diritti delle minoranze religiose non musulmane nei paesi musulmani, apre nuove speranze a questo riguardo. Questo documento che paragonerei volentieri alla Nostra Aetate in campo musulmano, invita tutti gli ulema e i pensatori musulmani ad elaborare “Il principio di cittadinanza” per tutti, e i politici a prendere le misure costituzionali, politiche e giuridiche necessarie per dargli sostanza.La dichiarazione, che proibisce senza equivoci di strumentalizzare la religione per privare le minoranze religiose nei paesi musulmani dei loro diritti, deve ancora essere messa in pratica, ma avrà efficacia, io spero.

Intervista a cura di Myriam Ambroselli