Dopo il Simposio tra il Vaticano e Al-Azhar, qual è il ruolo dei fedeli nel dialogo interreligioso?
VATICANO / CAIRO – Dopo il loro riavvicinamento nel maggio del 2016, il Vaticano e Al-Azhar hanno tenuto il loro primo simposio interreligioso a febbraio scorso, come ai tempi della loro stretta collaborazione. Nel frattempo, in attesa di risultati fruttuosi, i fedeli discutono sul loro ruolo e sul loro posto all’interno del dialogo interreligioso.
Il 22 e il 23 febbraio 2017, si è tenuto al Cairo, presso l’università di Al-Azhar (uno dei centri accademici sunniti più prestigiosi di studi islamici) una conferenza dal titolo: Il ruolo di Al-Azhar al-Sharif e il Vaticano nell’affrontare i fenomeni di fanatismo, estremismo e di violenza in nome della religione.
Come influente istituzione islamica, Al-Azhar sovrintende una rete nazionale di scuole, in cui viene insegnato un curriculum laico e religioso a due milioni di studenti: essa detiene l’insieme della ricerca islamica, ed è responsabile di emanare dei decreti di interesse pubblico.
A seguito di questo incontro è stata rilasciata una dichiarazione congiunta.
Calendario del Symposium
L’incontro di due giorni tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e il Centro per il dialogo dell’Al-Azhar ha avuto luogo alla vigilia del 24 febbraio, giorno in cui si ricorda la storica visita di Giovanni Paolo II in Egitto presso l’Università, nel 2000.
Nel settembre di quello stesso anno, papa Giovanni Paolo II ricordò il caloroso incontro con il Grande Imam dell’Al-Azhar Mohammed Sayed Tantawi. Riguardo alla violenza in nome della religione, il papa disse: «Ogni atto di violenza aumenta l’urgenza per musulmani e cristiani di tutto il mondo di riconoscere ciò che abbiamo in comune, di testimoniare che siamo tutti creature di Dio misericordioso, di accordarci una volta per tutte sulla consapevolezza che il ricorso alla violenza in nome della religione è inaccettabile».
Il dialogo interreligioso e la gente comune
Dopo la pubblicazione, nel 1965, della dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II e l’istituzione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (precedentemente noto come Segretariato per i non cristiani), la Chiesa cattolica cerca di promuovere punti in comune e di favorire la comunione con tutte le persone non cristiane.
Il dialogo interreligioso è diventato un mezzo vitale, sul quale i leader religiosi lavorano insieme per trovare soluzioni ai problemi del mondo di oggi. Tuttavia, il coinvolgimento e la partecipazione di persone dalle diverse religioni in questo dialogo sono a volte stati trascurati.
«L’unico dialogo nella vita sta nelle interazioni quotidiane tra fedeli cristiani e musulmani, al lavoro, a scuola o in strada», dichiara padre Peter Madros, sacerdote del Patriarcato latino.
Il «dialogo della vita» è una delle quattro forme di dialogo, delineate dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che meglio permette alla gente di condividere momenti buoni e cattivi della propria vita.
Un’altra forma di dialogo interreligioso è quello dell’«esperienza religiosa». Padre Madros continua riferendo che i cristiani arabi sono avvantaggiati, perché hanno padronanza della lingua araba e conoscono la cultura del loro paese. «I cristiani che parlano arabo hanno un punto in più rispetto ai cristiani che non lo parlano. Il dialogo interreligioso richiede non solo una profonda conoscenza della religione dell’altro, ma anche una conoscenza approfondita delle altre religioni», ha detto. «L’unico modo per capire la mentalità di un musulmano, è quello di leggere e studiare il Corano».
I Media nel contesto del dialogo interreligioso
Al giorno d’oggi l’effetto trainante dei mezzi di comunicazione gioca un ruolo o di sostegno al dialogo o di distruzione dello stesso. I media hanno tanto il potere di diffondere le buone notizie ed aprire la strada ad un dialogo sincero e onesto, quanto quello di alimentare tensioni, “maltrattare” le diverse comunità, o ancor peggio «far primeggiare il male».
Come ha sottolineato papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni, quanti lavorano nella comunicazione hanno il dovere di impegnarsi in «una comunicazione costruttiva, che respinga i pregiudizi verso l’altro, promuova una cultura dell’incontro grazie al quale è possibile imparare a guardare la realtà con fiducia».
Le istituzioni religiose, da parte loro, dovrebbero organizzare dei seminari locali in cui si lavori a decodificare le immagini distorte della realtà che alcuni mezzi di comunicazione o canali possono presentare. La sfida è quella di aprire vie di dialogo tra persone di differenti confessioni: il vero dialogo è quello che incoraggia l’analisi costruttiva dei problemi attuali, senza che siano i sentimenti religiosi a prevalere.
Saher Kawas
Foto di copertina: abouna.org



